Intercettazioni

Stefano Giordano

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Tre tecnici indagati, un software ministeriale installato su quarantamila computer, gli accessi «concentrati nel distretto di Torino», il procuratore Bombardieri tra i sorvegliati. La Procura di Milano indaga, la Direzione nazionale antimafia coordina, il Ministero — che il sistema l’aveva adottato nel 2019 — ne annuncia la dismissione e presenta l’esposto. Apriti cielo: si grida al trojan di Stato, all’occhio che entra «senza lasciare traccia».

Curioso. Perché quell’occhio invisibile lo conosciamo da anni, ed è una bestia diversa da ogni intercettazione che l’abbia preceduta. La cimice mirava a una stanza, il telefono a un’utenza. Il captatore non mira a nulla: è sorveglianza ubiqua e permanente. Si annida nel dispositivo e da lì cattura tutto — ogni conversazione, ogni messaggio, ogni foto, ogni file — e con essi la vita di chiunque scriva al sorvegliato, lo chiami, gli passi accanto. Non esiste captazione «mirata»: il trojan intercetta per forza a strascico, perché il suo oggetto non è un atto comunicativo, ma un intero mondo personale. Il nostro mondo. Già per le intercettazioni tradizionali la Corte di Strasburgo, nel caso Contrada, ha ravvisato la violazione dell’art. 8 della Convenzione per difetto di qualità della legge: se quel presidio era insufficiente per una cimice, figurarsi per lo strumento più invasivo che la tecnica abbia mai partorito — fatto entrare nel codice di procedura penale con disarmante facilità. E nessuno si scandalizzava.