L’informazione è sempre più filtrata dagli algoritmi dei social e dalle chat di Intelligenza Artificiale Generativa che rispondono a logiche commerciali di multinazionali. In questo contesto quanto è sfumato il confine tra il sapere umano e artificiale? Per rispondere a questa domanda, l'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere di Milano ha ideato un ciclo di lezioni dal titolo "Generare e comunicare conoscenza. Una circolarità inesauribile, tra genio dell'uomo e Intelligenza Artificiale": è un percorso pensato per raccontare la trasformazione costante del sapere, legata a doppio filo all'innovazione tecnologica e alle dinamiche socio-politiche ed economiche. Nell'incontro in programma il 28 maggio (alle ore 15) parteciperà Marco Maraffi, professore dell'Università degli Studi di Milano, esperto di sociologia della comunicazione: la sua relazione porterà il titolo "Informazione, disinformazione e comunicazione politica". Professore, partiamo da un termine entrato nel linguaggio comune: è la bolla informativa, di cui lei parlerà nel corso dell'incontro all'Istituto Lombardo. Che cos'è? "Ci si riferisce a perimetri in cui gruppi di persone si ritrovano, per così dire, rinchiusi. Al loro interno si ricevono informazioni filtrate dagli algoritmi delle piattaforme digitali. È un circuito che si alimenta attraverso la nostra interazione: riceviamo i contenuti che desideriamo ricevere, in perfetta sintonia con le nostre convinzioni, i pregiudizi e le nostre opinioni. Questo meccanismo si rinforza da solo, perché l'algoritmo apprende le nostre preferenze e continua a rifornirci delle stesse cose”. Questo fenomeno è esploso con i social network, ma esisteva anche prima? “I social e le grandi piattaforme sono stati cruciali, ma il meccanismo nasce un po' prima, con la diffusione di Internet, i blog e i siti. Questo perché fa leva su un principio psicologico elementare, ben noto alla psicologia sociale: a tutti noi fa piacere essere confermati e rafforzati nelle nostre convinzioni. Con i social il fenomeno è esploso. Certamente questo frammenta l'opinione pubblica in tante piccole cerchie autoreferenziali, le cosiddette camere dell'eco, dove si vuole solo sentire risuonare la propria voce. L'effetto negativo è che non ci si espone a una pluralità di informazioni”. Queste bolle informative creano dei potenziali pericoli per l'informazione vera e propria e quanto minacciano la sua attendibilità? “Non è tutto così assoluto: c'è una notevole esagerazione, specialmente nel campo della comunicazione politica, il mio terreno di esperienza. Parlando di informazione politica, spesso si sente dire che tutti consultano continuamente piattaforme come X, Facebook o TikTok, ma, se guardiamo i dati reali, si tratta di sottogruppi relativamente piccoli. Se escludiamo in particolare Whatsapp, che per la messaggistica istantanea copre il 99% della popolazione, una piattaforma come X viene usata appena dal 10% delle persone. È una nicchia ristretta di gruppi tecnologi che fa molto rumore e che viene poi ripresa dai media tradizionali. Le grandi aziende tech americane sono sicuramente potenti, ma credo che il loro effetto sia limitato solo a gruppi ben definiti”. Nel campo della comunicazione politica qual è il reale impatto degli algoritmi? “Gli effetti sul voto sono in realtà modestissimi. Se una persona vota a destra o a sinistra, è molto raro che cambi idea, anche se esposta massicciamente a disinformazione: spesso non la guarda neanche. Gli algoritmi colpiscono efficacemente gruppi ristretti, molto appassionati, emotivi e polarizzati che hanno già opinioni molto radicate. Assomiglia un po' al tifo calcistico. Il resto dell'opinione pubblica, purtroppo, è semplicemente molto poco informata sui fatti politici, che vengono considerati noiosi e complicati rispetto a un film o a una partita. C'è tantissima offerta e la gente preferisce scrollare TikTok o Instagram anziché approfondire”. Se spostiamo lo sguardo dalla politica alla comunicazione generale, i numeri però cambiano. Lì l'influenza si vede: quanto può essere negativa? “Il vero ‘core business’ della comunicazione social sono il commercio, le vendite, il mercato e il mondo degli influencer. Lì l'effetto di modellazione culturale è potente e pervasivo. Lo vedo anche con i miei studenti all'università: spesso faccio notare come tendano ad avere tutti lo stesso aspetto. Questo è l'effetto degli stereotipi proposti sui social riguardo alla moda, alla beauty routine e all'apparire in pubblico. È una forma di pubblicità estremamente sofisticata ed efficace, che talvolta genera anche derive patologiche”. In questo contesto che cosa sta cambiando con l'avvento dell'IA Generativa? C'è il rischio che risponda dandoci sempre ragione, blindando, così, ancora di più le bolle? “Siamo solo agli inizi e la conosciamo ancora poco, ma non potrà che rafforzare e consolidare questa tendenza a rinchiudersi nei propri cerchi. L'IA Generativa è uno strumento molto più potente dei social. Rende questi meccanismi più efficaci e meno identificabili, perché i contenuti sembrano veri. Questi strumenti sono in grado di sembrare umani e negli adolescenti può persino sorgere il dubbio se stiano interagendo con una persona reale o con una macchina. Questo complicherà ulteriormente la capacità di distinguere tra fake news e informazione corretta”. Dobbiamo quindi aspettarci uno scenario più complesso nella comunicazione? “Io sono abbastanza ottimista. Più di un decennio fa, con l'esplosione dei social media, eravamo ingenui; oggi siamo diventati molto più critici e diffidenti, perché ne conosciamo i meccanismi. Probabilmente l'IA, oggi, ci entusiasma come ‘potente sconosciuta’ ma fra qualche anno svilupperemo gli anticorpi necessari. La soluzione rimane sempre la stessa: affidarsi a fonti credibili. Certo, molto dipende dal livello di istruzione della popolazione, un fattore che fa un'enorme differenza e che spesso viene trascurato”. A proposito di giovani: la Generazione Z è più attrezzata o più esposta a questi rischi? “Direi entrambe le cose, a seconda dell'età. I ragazzini di 13 o 14 anni sono in una fase della vita molto influenzabile e sono sicuramente più esposti. Ma i giovani intorno ai 20 anni mostrano una consapevolezza incredibile rispetto alle generazioni precedenti. Sono selettivi, diffidenti e informati. Lo stereotipo del giovane come ‘preda indifesa’ della tecnologia è assolutamente eccessivo. Semmai sono state le generazioni di mezzo a essere travolte dal fenomeno, mentre i nativi digitali stanno arrivando all'età adulta avendo già ben presenti i rischi dell'ecosistema”.
Come possiamo difenderci nell’era delle bolle informative
Il sociologo Marco Maraffi all’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere di Milano: con l’IA Generativa sarà sempre più difficile distinguere tra verità…








