di Leonardo Botta

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

Ma c’è un altro aspetto che vorrei sottolineare: le azioni della Flotilla hanno, a mio avviso, un altro pregio, ossia fungere da supplenza per restituire un minimo di decoro agli Stati internazionali che poco o nulla hanno fatto per stigmatizzare i crimini del governo israeliano (oggetto di zero sanzioni da parte dell’Unione Europea; Meloni si è decisa solo da poco a sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa tra Italia e Israele). Un governo sì, democraticamente eletto a guida di un paese democratico; ma reo di colpe che ormai i supporters di Netanyahu (ricordiamolo, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità) fanno sempre più fatica a giustificare, non sapendo più a quale codicillo appellarsi (Manuale di Sanremo, Accordi di Nicosia, Convenzione di Montego Bay, diritto del mare) come tanti Azzeccagarbugli.