«A cos’altro può attingere un autore se non al passato?» si chiede Paul McCartney commentando Days We Left Behind. La domanda potrebbe essere rovesciata: cos’altro si può scrivere di McCartney che non sia già stato scritto in passato? Eppure è proprio questo il paradosso che accompagna ogni sua uscita discografica post-Duemila: l’impressione di trovarsi al cospetto di un artista già abbondantemente consegnato alla storia, che invece continua ostinatamente a produrre presente, ben oltre ciò che a molti sembra un eterno testamento artistico. Anche perché questa uscita in particolare segue altre recenti esperienze mediatiche – come il documentario Man On The Run – tramite le quali egli stesso si preoccupa di sistemare l’eredità narrativa della propria carriera, sull’esempio di quell’automitologia beatlesiana dell’Anthology appena rimessa in circolo.

ORA, CHIUNQUE abbia a cuore la musica e la produzione culturale del nostro tempo non può che augurarsi un ulteriore rinvio dell’epilogo discografico di uno dei più grandi creatori di bellezza che abbia abitato questo pianeta. Ma se anche toccasse a The Boys of Dungeon Lane fare da ultimo capitolo, sarebbe davvero possibile chiedere di più a un distinto ultraottantenne la cui incessante pratica creativa è iniziata ben prima che fosse coniato il termine Beatles?