Quando Jannik Sinner comincia il riscaldamento (scaldarsi a Parigi, in questi giorni?) sono quasi le otto e mezza di sera, ma il bollore sul rettangolo rosso del Philippe-Chatrier accenna appena a diminuire. Il numero 1 al mondo non ama giocare in queste condizioni, perché incidono pesantemente su una variabile sulla quale non negozia nemmeno lui: l’energia fisica. Che varia da persona a persona. Nei tornei maggiori si parla ogni volta del fattore I come Inferno: a Melbourne in gennaio, talvolta a Indian Wells in marzo, a Cincinnati in agosto, poi a Toronto, in autunno a Shanghai. Adesso anche a Parigi. Il caldo prosciuga le forze, costringe a riprogrammare il ritmo, ad accorciare gli scambi quando si può. Diventa una lunga prova di resistenza fra gli atleti da una parte, la fisica e la biochimica dall’altra. Inoltre, se la temperatura sale oltre i trenta gradi, il tennis cambia natura senza che i giocatori se ne accorgano. Non è questione di sudore, di crampi, di asciugamani ghiacciati ai cambi di campo: è la materia stessa del gioco che si trasforma, in modo silenzioso e controintuitivo. L’aria si dilata e diventa meno densa, la palla, incontrando meno resistenza, viaggia più veloce. Allo stesso tempo, la pressione del gas interno alle Wilson di Parigi aumenta, restituendo un rimbalzo più alto e più reattivo. Lo stesso colpo, eseguito con la stessa tecnica e la stessa intenzione, esce dalle corde diverso da come accadrebbe in una giornata fresca.
Per Sinner è tutta una questione di calore
Per Jannik esordio con vittoria al Roland Garros in una Parigi bollente per le temperature











