È la fase delle rappresaglie. Come se non fossero trascorsi più di quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, negli ultimi tempi i bombardamenti più pesanti vengono presentati come risposta alle azioni nemiche. Si tratta di un artificio retorico neanche troppo raffinato, ma comunque funzionale alla propaganda di parte. Gli attacchi su Mosca diventano così un modo per «ripagare i russi con la loro stessa moneta», quelli su Kiev una risposta al raid ucraino su una scuola nel Lugansk e i belligeranti avvisano che se la controparte continua ad attaccare «ne arriveranno altri».

Lo scopo è simile: presentarsi come il bene che lotta sul male ed è costretto dalle azioni riprovevoli del nemico a rispondere per non soccombere. Ma non uguale, dato che gli obiettivi sono discordanti. Da una parte Vladimir Putin non vuole scontentare troppo Donald Trump e la sua illusione di poter chiudere il conflitto quando vuole. Abbiamo imparato che basta un appiglio, per quanto puramente teorico, per accontentare la logica del presidente statunitense. Finché da Washington non arriverà una condanna senza appello – che al momento non sembra all’orizzonte – si potrà continuare ad alimentare la narrativa trumpiana secondo la quale i due stati in guerra «si odiano troppo» per giungere a un accordo. Non vuol dire niente, semmai sarebbe strano il contrario, ma dal gennaio del 2025 l’abbiamo sentita ogni qual volta le trattative sono arrivate a un binario morto. Inoltre, il Cremlino ha bisogno di questa retorica per la conservazione del potere assoluto e la prosecuzione della guerra. Senza lo spauracchio dell’«occidente collettivo» che vuole distruggere la Russia, la «minaccia esistenziale» della Nato, o il «regime nazista di Kiev» ai confini della Federazione, sarebbe difficile continuare a insistere con l’“operazione militare speciale” che ha ormai superato in longevità la “Grande guerra patriottica” (come in Russia è chiamata la II Guerra mondiale). Nonostante le nuove leggi estremamente repressive contro ogni forma di dissenso, persino via social network, sarebbe comunque difficile giustificare l’aumento dei prezzi della benzina e dei generi di prima necessità, dell’iva, dei dispositivi tecnologici, l’oscuramento parziale di internet e la crescente difficoltà persino per le classi più agiate di viaggiare e fare affari in Occidente. Il richiamo all’«unità del popolo russo» contro il nemico – «siamo in guerra contro tutta la Nato» – che vuole schiacciarlo è stato il leit motiv del discorso del 9 maggio, la data più amata da Putin perché celebra la vittoria nella II Guerra mondiale e il «passato glorioso» sovietico del quale l’attuale presidente si rappresenta come continuatore ideale.