C’è ancora qualcuno che si ostina a fare auto leggere. Non “light”, che è parola da marketing, ma proprio leggere: ossa di alluminio, muscoli di carbonio, niente zavorre inutili, niente sensi di colpa ecologici da portarsi appresso me un cilicio. Lotus ha appena tolto i veli alla Emira 420 Sport, e per un attimo – un attimo solo – sembra di essere tornati in un mondo dove le macchine si misurano ancora in cavalli, chili e sorrisi per metro lineare. Niente moduli ibridi. Niente batterie da qualche parte. Un quattro cilindri turbo da due litri, 420 cavalli, 500 Nm, cambio doppia frizione otto marce. Punto. Come una volta, quando l’unico compromesso accettabile era tra il rumore del motore e la musica che avevi in testa. L’Emira 420 Sport è più leggera di 25 chili rispetto alla Turbo, guadagna 25 chili di carico aerodinamico e, soprattutto, non finge di essere altro da quello che è: una Lotus. Cioè una di quelle auto che sembrano disegnate da un bambino geniale e costruite da un artigiano maniacale. Hanno messo fibra di carbonio dove serve, scarico in titanio perché il suono è parte del mestiere, ammortizzatori Multimatic che si regolano come un violino, e per la prima volta hanno infilato un tetto rimovibile in vetro oscurato. Lo tiri via, lo infili nella borsa protettiva e via: da coupé a spider in trenta secondi, senza che l’auto perda l’equilibrio. Un piccolo lusso da gentleman driver, di quelli che una volta erano normali e oggi sembrano atti di resistenza. Lo so, lo so: nel 2026 queste cose suonano quasi eversive. Tutti corrono a elettrificare, a pesare quintali di batterie, a promettere silenzi asettici e virtuosismi da laboratorio. Lotus invece continua a fare l’unica cosa che sa fare da settant’anni: automobili che comunicano. Che ti parlano attraverso lo sterzo, che ti fanno sentire ogni millimetro di asfalto, che ti ricordano – con una certa eleganza british – che guidare è un’arte fisica, non un esercizio di programmazione. Il risultato? Zero a cento in 3,9 secondi e la sensazione netta di avere tra le mani qualcosa di raro: un oggetto che non ti chiede di essere green, smart o inclusivo. Ti chiede solo di guidarlo bene. E di godertela. Una fedeltà ostinata al DNA del marchio in ogni caso. In tempi di SUV alti come credenze e crossover che pesano come piccoli camion, vedere una Lotus che si ostina a essere bassa, rigida, nervosa e – sì – un po’ snob fa tenerezza. È come incontrare un vecchio amico che si rifiuta di invecchiare male. Vabbé. In ogni caso ordini aperti, consegne da agosto 2026. In Italia parte da 133.500 euro. Tanto, certo. Ma almeno non vi venderanno l’illusione di salvare il pianeta. Vi venderanno soltanto il piacere – puro, anacronistico, meravigliosamente superfluo – di guidare una delle ultime vere auto sportive del nostro tempo. E per questo, grazie.
La Lotus che fa la Lotus
La casa inglese lancia l’Emira in versione alleggerita e incattivita. Senza batterie nascoste da qualche parte o moduli ibridi. Di questi tempi una perla rara












