Sarebbe bello parlare di Eurovision fuori dall’Eurovision, magari tra due mesi, quando nessuno si ricorderà se ha vinto la Bulgaria, la Norvegia o l’Azerbajan, e magari ricorderemo solo che Sal Da Vinci non ha vinto e che Israele è arrivato secondo. È il secondo secondo posto in due anni, che suona quantomeno singolare, visto che il primo, nel 2025, aveva suscitato sospetti sulla capacità di mobilitazione del televoto da parte degli israeliani e gli organizzatori del festival dicono di aver preso misure per contrastare questi rischi: ma a quanto pare sono state misure poco efficaci perché, incredibile coincidenza, il copione si è ripetuto inalterato. Sarebbe bello parlarne fuori dall’Eurovision perché vorrebbe dire parlare di Europa, il vero convitato di pietra della manifestazione. Presi dal gioco, oscillante tra lanciafiamme esplosivi, balletti di dubbio gusto e reboanti melodie, ci si dimentica da dove si era partiti. Perché era nata l’Eurovision? Era il frutto della brillante idea di consorziare le emittenti televisive per favorire lo scambio e il dialogo tra i Paesi, e più che mai oggi ci rendiamo conto di quanto sia importante. Ci lamentiamo sempre della difficoltà di costruire un sentire comune, ma questo ideale avrebbe bisogno di imponenti iniziative culturali. E l’Eurovision è l’unico grande evento televisivo e musicale che unisce i paesi europei e, ahinoi, anche quelli extraeuropei che nel corso degli anni sono stati inclusi nel consorzio. Ma terminato il giochino delle palette e delle tifoserie nazionali, rimane ben poco. Possiamo dire di sapere cosa si suona in Polonia o in Danimarca? La verità è che non sappiamo niente dei nostri vicini, e non c’è nulla che ci incoraggi a scoprirlo. Tantomeno l’Eurovision.L’altra verità è che dopo questa edizione il re è clamorosamente nudo. La prova ulteriore del fatto che la presenza di Israele fosse a dir poco discutibile è nel meccanismo della gara. Se accetti che un paese partecipi, accetti anche la possibilità che possa vincere. E non è fantapolitica. Anzi c’è mancato un soffio. Sarebbe scoppiato un caso internazionale, e forse sarebbe stata la fine dell’Eurovision per come l’abbiamo conosciuta finora, ma la questione rimane aperta, considerando le defezioni di molti Paesi, soprattutto quella della Spagna, che è uno dei fondatori. Insomma sembrerebbe evidente che l’Ebu debba avviare una profonda riflessione sul senso e sulle regole della manifestazione. E a quel punto rivedere anche la missione iniziale, l’idea di promuovere la conoscenza dei Paesi, soprattutto quelli dell’Unione. Dunque sarebbe bello parlare di Eurovision fuori dall’Eurovision, per poter parlare di Europa.
Povera Europa senza Vision
Sal Da Vinci sconfitto, Israele eterno secondo. Ma la fine della kermesse lascia l’amaro in bocca. E il meccanismo va rivisto
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