Ci risiamo. Per la terza volta di seguito l’Italia non parteciperà ai Campionati del mondo di calcio. Una generazione sta arrivando alla maggiore età senza aver visto gli azzurri ai Mondiali, e l’intero sistema calcio italiano è in un tunnel di cui non si vede l’uscita: quello che era il campionato più bello del mondo oggi è povero di campioni e bel gioco, ma ricco di scandali e malumori. Con la Nazionale, tra le più titolate del Pianeta, ridotta a oggetto inconsistente. La sconfitta contro la Bosnia a marzo ha certificato una realtà: il Belpaese non sa giocare più a pallone, e manca una visione in grado di invertire la rotta.Ai piani alti della politica sportiva le cose non vanno meglio, dopo le dimissioni di Gabriele Gravina alla presidenza della Federazione italiana giuoco calcio in seguito alla mancata qualificazione, mentre i club non si assumono responsabilità. Due anni fa L’Espresso aveva sentito alcuni protagonisti – dirigenti federali, allenatori e addetti ai lavori – sulla crisi del calcio nostrano, oggi torna ad ascoltare quelle voci, e altre, attorno alle domande: siamo diventati dei brocchi in quella che era una specialità di casa? O non c’è più nessuno in grado di valorizzare i talenti? O entrambe le cose?A vedere i giovanissimi che partecipano al trofeo internazionale D’Alterio Group non si direbbe che manchi il materiale umano. La manifestazione si tiene in Campania, a Mugnano, alle porte di Napoli, in un territorio che continua a sfornare promesse del pallone, se non altro per una natalità che è ancora su livelli alti. Giunto alla decima edizione, il torneo mette a confronto gli under 12 dei principali club italiani. Tra il 30 maggio e il 3 giugno scenderanno in campo 520 ragazzini di 26 società tra cui Napoli, Juventus, Roma, Lazio, Fiorentina, Torino, Genoa, Hellas Verona, Atalanta, Sassuolo e Monza. Alla conferenza stampa di presentazione hanno preso parte, tra gli altri, Vito Tisci, capo del settore giovanile e scolastico della Figc, e Giancarlo Abete, presidente della Lega nazionale dilettanti.Il 13 maggio ha consegnato la sua candidatura alla presidenza della Figc, ruolo che ha già ricoperto dal 2007 al 2014. Contende la nomina, che sarà decisa il 22 giugno, a Giovanni Malagò. Sotto la guida di Abete ci fu l’ultima partita della Nazionale a un Mondiale, in Brasile, Italia-Uruguay: «Se mi avessero detto che non avrei più visto gli azzurri nella competizione iridata non ci avrei creduto. Alcuni dati fotografano la situazione: nel 2006, anno della vittoria della selezione guidata da Marcello Lippi, la media minuti giocati dagli atleti della Nazionale in serie A era di 67 minuti, oggi è scesa a meno della metà, siamo sui 33». A guastare la crescita dei talenti, per lui, è l’esasperazione degli schemi già dalle categorie giovanili: «Diversi report evidenziano quanto in Italia, nella formazione, si privilegi la tattica sulla tecnica individuale. I parametri relativi a dribbling e giocate parlano di un calo tecnico obiettivo. E nell’uso dei giovani siamo 49esimi su 50 Paesi analizzati».Quanto al ruolo dei club, emerge il protagonismo dei procuratori e della convenienza dei mercati esteri. «Purtroppo su questo non si può fare molto, sono società private che seguono logiche di profitto. Il nostro mercato è bloccato da garanzie e fideiussioni, ai club conviene comprare più fuori che in Italia. Quello che la federazione può mettere in campo è una moral suasion per convincere le società ad aprire le porte ai nostri giovani», conclude Abete.Va meglio dove non c’è un blasone come il nostro. L’Uzbekistan andrà ai Mondiali guidato dal campione del mondo Fabio Cannavaro. «Qui il calcio è ancora legato alla strada», dice il Pallone d’oro 2006. «Il settore giovanile valorizza il livello individuale e i ragazzi sono predisposti all’agonismo. C’è poca tattica». Tra le spiegazioni della nostra crisi, un deficit di sofferenza: «I nostri giovani calciatori appartengono a una generazione che ha molti più comfort rispetto al passato e, quando c'è da lottare in campo, fanno più fatica. Noi soffrivamo tantissimo, gli allenamenti erano ispirati alle scuole degli Herrera, dei Rocco. Il furore agonistico che ci ha contraddistinto per anni oggi non emerge più».E poi da noi, aggiunge l’ex calciatore, ci sono troppi forestieri «inutili»: «Un tempo gli stranieri facevano crescere i giocatori italiani, oggi il livello si è abbassato tanto». Che fare? «La politica, calcistica e non, dovrebbe imporre alle società di serie A di investire nei settori giovanili e nella ricerca dei talenti. Una quota fissa dei fatturati dei club deve essere destinata ai centri sportivi per permettere ai ragazzi di crescere. E bisogna incidere sulla mentalità dei tecnici: un allenatore che ha conseguito la licenza Uefa Pro non può allenare i ragazzini su tattiche da adulti».Tisci, che guida il settore scolastico giovanile, concorda: «Stiamo varando una serie di interventi rivolti ai tecnici dell’attività di base, per contrastare l’anticipazione esasperata di modelli calcistici da «grandi» nei bambini, riportando al centro lo sviluppo tecnico individuale, creatività e capacità decisionali, l’esperienza di gioco, il moto, il piacere e la libertà di apprendimento». Un «sistema di qualità» dei club giovanili: «La logica è premiare chi forma, non solo chi vince. Il principio centrale introdotto dal sistema sostiene i club che garantiscono continuità educativa e tecnica dall’attività di base fino alle categorie agonistiche, cioè le società che investono sui tecnici qualificati, chi lavora alla crescita del bambino garantendo continuità nel percorso, rispettano gli standard dei programmi federali».Basterà ad avere la collaborazione delle società nell’impresa di formare calciatori italiani di livello? Non ne è convinto Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore specializzato nell’economia del calcio. Nel 2018 scrisse un volume profetico, “La fine del calcio italiano” (Feltrinelli): «In Italia c’è una base enorme e una selezione fallimentare. Ogni anno, su circa 9mila ragazzi che militano nei vivai professionistici, oltre il 40 per cento retrocede nel settore dilettantistico e un altro 40 per cento abbandona il calcio: dall’ultimo Mondiale disputato dall’Italia il sistema ha “espulso” circa 40mila calciatori di livello».I motivi principali per cui è difficile che cresca una generazione di campioni, per lui, sono vari e compongono un circolo vizioso: «I giovani italiani vengono sostituiti da calciatori stranieri, ritenuti più convenienti sotto ogni punto di vista. Il sistema di selezione non cura lo sviluppo di chi è più indietro, ma sfrutta solo chi è già pronto. Si cerca il risultato immediato oggi ignorando la formazione di domani. Nel calcio di vertice, il risultato sportivo è vitale per la sopravvivenza economica del club, per questo gli allenatori devono vincere a ogni costo. Manca il tempo per sperimentare, consentendo ai giovani di sbagliare e maturare. I club non possono permettersi di retrocedere o mancare la qualificazione alle coppe europee: la maggior parte delle società non ha ricavi diversificati, ma dipende quasi totalmente dai proventi televisivi. Questo rende ogni stagione una questione di vita o di morte finanziaria».