Alla vigilia delle ultime elezioni regionali su questo giornale abbiamo scritto del «paradosso pugliese»: una regione moderata e di centrodestra per tradizione, composizione sociale e sensibilità diffusa. Dove, però, quando si va alle urne per eleggere i rappresentanti regionali o quelli della città capoluogo, lo schieramento che tutto ciò dovrebbe rappresentare è sconfitto già prima che il combattimento abbia inizio.

I risultati hanno confermato la nostra previsione. Abbiamo sostenuto che questa dinamica dipende in primo luogo dal «sistema Emiliano»: la capacità, cioè, dell’ex sindaco di Bari ed ex presidente della Regione di costruire un sistema che consente al centrosinistra di pescare a man bassa nel territorio degli avversari, attraverso una rete di liste presunte civiche collocate ai confini del Pd. Così come le armate di Putin si trovavano ai confini dell’Ucraina. Emiliano, invece, a differenza di De Luca, uomo politico che per taluni versi gli somiglia, il Pd non l’ha abbandonato. Non ha figli che hanno intrapreso la carriera politica. Ha mantenuto un difficile equilibrio: un piede dentro e uno fuori.

Questo sistema deve molto alla tattica e tanto anche alla spregiudicatezza. Emiliano non ha guardato certo alle qualità morali dei suoi accoliti. Il sistema della compravendita dei voti è lì a provarlo. Lui, ben inteso, non è coinvolto in quegli accadimenti. Ma per accorgersi di certe cose, ed emettere un conseguente giudizio politico, non sempre serve attendere il verdetto della magistratura. D’altro canto, si potrebbe sostenere che questo è il prezzo pagato affinché quel sistema potesse risultare populista e popolare. È stato aperto ed empatico, soprattutto se confrontato con l’arroccamento egoistico della parte avversa. E quando si recupera il populismo alle istituzioni, riportandolo persino nel sistema dei partiti, questa si chiama politica. Può, di conseguenza, considerarsi un merito. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Michele quel che è di Michele.