Bisogna che si faccia una analisi attenta seria e senza cadere nelle "simpatie" politiche che potrebbero giustificare una situazione che invece andrebbe guardata con chiarezza. Il centrodestra pugliese ha un problema di perimetro. Vince a Roma, comanda nei ministeri, ma quando scende sotto il Gargano perde pezzi, città, narrazione. Le regionali 2025 lo hanno certificato senza attenuanti. Non è una sconfitta: è una distanziazione culturale. E il punto non è più “perché si perde”, ma “perché non si buca nei territoti”. Oggi anche Trani e Molfetta.
Adriana Poli Bortone, da Lecce, l’ha messa giù ruvida: «Abbiamo avuto Emiliano, De Caro, Vendola. Vent’anni di continuità che hanno lasciato agricoltura, sanità, opere pubbliche e cultura cronicamente sotto-servite». È il j’accuse che trasforma il voto in referendum sul “ventennio”. Solo che quel ventennio, per una fetta maggioritaria di pugliesi, è diventato casa. Decaro non ha vinto da presidente uscente: ha vinto da sindaco d’Italia, da uomo che ha occupato lo spazio simbolico prima ancora che amministrativo. Di fronte, il centrodestra ha candidato un profilo tecnico, arrivato tardi, senza un’epica di territorio. Nei commenti che scorrono sotto i post dei consiglieri FdI il tono è spietato: «Siamo rassegnati alla sconfitta», «senza programmazione non si va da nessuna parte». Quando la base parla di rassegnazione, il problema non è più tattico. È strategico. Oltre la Poli Bortone non c'è una leadership di destra. Non c'è alcun dialogo o confronto con la cultura. Non si sa distinguere dove può arrivare la politica e dove la cultura è gia arrivata prima della politica stessa.






