In fondo, a suo modo, Donald Trump era stato sincero. Venezuela, Panama, se va bene Cuba e una qualche forma di protettorato per la Groenlandia. L’Ucraina è affare degli europei e comunque nessuno si straccia le vesti alla Casa Bianca se rientra nel Russkj Mir.

Dopo il trionfale (secondo Trump) viaggio a Pechino i taiwanesi si preparano a diventare connazionali dei cittadini di Hong Kong.

D’altra parte dopo avere mollato l’Iraq nel caos, avere ceduto l’Afghanistan ai talebani, la Libia a mezzadria tra turchi e russi, per quanto fuori di testa, difficile trovare qualcuno disposto a morire per un’isola che la maggior parte degli americani stenterebbe a indicare su una carta muta.

Il punto è chiudere questa maledettissima questione iraniana nella quale Trump è caduto per impulsività, vecchi rancori, giochi di potere interni all’establishment o, più probabilmente, per insostenibili pressioni del vecchio amico Bibi. Questa sì una trappola con esca nucleare ma l’amo è Hormuz e per Trump sarà molto difficile slamarsi.

A pensarci bene nel giro di un mese Trump si è giocato il controllo di Hormuz e di Taiwan.