Nel 2029 in Italia serviranno oltre 2,2 milioni di lavoratori domestici, tra colf e badanti, per coprire il fabbisogno familiare di assistenza. Di questi, quasi il 70% sarà straniero, in gran parte non comunitario. Non è una previsione lontana: è la fotografia, piuttosto nitida, di un sistema che già oggi si regge in un equilibrio precario. La stima arriva dall’ultimo Rapporto di Assindatcolf realizzato con il Centro Studi e Ricerche IDOS.
Ma fermarsi al numero rischia di far perdere il punto. Perché quei 2,2 milioni non raccontano solo un fabbisogno di assistenza e quindi di lavoro ma, soprattutto, una trasformazione strutturale dell’Italia, caratterizzata da famiglie sempre più piccole, più fragili, più sole. Per decenni il ‘modello italiano’ ha retto su un presupposto implicito: la famiglia come primo ammortizzatore sociale. Ma quel modello è arrivato al limite. Non perché le famiglie siano meno disponibili, ma perché sono cambiate le condizioni materiali: meno figli, più lavoro, più distanza geografica, meno tempo. Continuare a considerare la cura come una questione privata non è più realistico. E, soprattutto, non è più sostenibile.
C’è poi un dato che spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico e politico: senza lavoratrici straniere il sistema non reggerebbe. Non è un’ipotesi futura, è già realtà. Una parte significativa dell’equilibrio tra lavoro e famiglia — e quindi anche della partecipazione femminile al mercato del lavoro — si è costruita grazie a donne arrivate da altri Paesi che sono impiegate nel comparto domestico. Qui si apre una contraddizione che la politica ha finora evitato di affrontare fino in fondo: possiamo continuare a fondare una parte così centrale del nostro welfare su lavoro poco riconosciuto, con una reputazione fragile e per la maggior parte dei casi irregolare?






