Chi si prenderà cura di noi — dei nostri genitori, dei nostri figli, delle nostre fragilità quotidiane — se il lavoro domestico continua a ridursi, invecchiare e restare ai margini della piena regolarità?

È una domanda che, guardando i nuovi dati dell’Osservatorio INPS presentati lo scorso 18 giugno, non suona più come una provocazione ma come un indicatore di sistema. Perché dietro i numeri del lavoro domestico 2025 non c’è solo un segmento del mercato del lavoro: c’è un pezzo essenziale del welfare italiano, quello che tiene insieme demografia, famiglie e assistenza in un Paese che invecchia più velocemente della sua capacità di riorganizzare la cura.

Nel 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato sono stati 804.464. Un numero che, a prima vista, potrebbe sembrare stabile. Ma non lo è: è in calo del 2,3% rispetto al 2024 e soprattutto segna il quarto anno consecutivo di contrazione. Dal 2021 ad oggi il settore ha perso circa 173 mila lavoratori. Una riduzione silenziosa, ma costante. E quindi più insidiosa.

Il primo elemento utile da sottolineare (anche se non certamente nuovo) è relativo alla struttura del settore: il 68,9% degli addetti è straniero. Ma non solo: l’88,7% è donna. Non è un dettaglio sociologico ma l’architrave su cui si regge l’assistenza privata alle famiglie italiane.