di
Andrea Galli, nostro inviato a Como
La prima volta in Champions League non cancella la compostezza locale. Il presidente Suwarso predica umiltà («Siamo un piccolo club»), Nico Paz incanta, ma l'esplosione della squadra accelera la trasformazione della città
Le case e le palazzine son basse, prive di ricercatezze, ci abitano operai in pensione e generazioni di migranti; la periferia è quella sud di Como, oratori, antichi negozi, insomma Albate, che proprio per l’anima popolare è da sempre una gran fabbrica di tifosi del Como (quando il Como cioè arrancava, precipitava, falliva). Eppure l’indomani della qualificazione in Champions League per la prima volta in 99 anni di storia che aveva registrato al massimo coppette smunte coi vicini svizzeri, non si sventola a oltranza e non ci si bulla.
Com’era, l’anima comasca è: viva la compostezza, viva il pragmatismo, viva il punto e a capo. Dopodiché il gioco del pallone può anche essere un gioco di coppie: esercizio volgare allora non rimarcare la fusione tra il presidente Mirwan Suwarso e l’allenatore Cesc Fabregas. Certo, non vi fossero di base i soldi infiniti — non è un modo di dire — della famiglia Hartono, di nazionalità indonesiana, proprietaria del Como, neanche staremmo qui a chiacchierare. E però. Suwarso e Fabregas, il primo anch’egli indonesiano, 41 anni, formazione universitaria mista (economia, marketing, comunicazione), curriculum fra piattaforme sportive e costruzioni di brand, cultore dell’arte respiratoria; quindi il secondo della coppia, catalano, 39 anni, ex centrocampista soave di Arsenal, Barcellona, Chelsea, Monaco, e tecnico che con la sua squadra insegue in campo l’occupazione razionale dello spazio, il dominio del possesso, una marcata identità.












