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C’è un gran vociferare, tra Milano e Roma, sulle intenzioni politiche di Marina Berlusconi. A volte, leggendo qua e là oppure ascoltando persone che si ritengono «informate», si ha la sensazione di una sorta di vaniloquio, di un parlare per far credere di «sapere». È il classico esercizio dell’«interpretazione della volontà presunta»: cosa che immagino induca al sorriso in primo luogo l’interessata, che scopre ogni giorno di avere sconosciuti esegeti e aspiranti portavoce. Noi, qui a Il Tempo, ci teniamo alla larga da queste acrobazie poco rispettose, e ci limitiamo a un rigoroso esercizio di logica. Dal quale emergono tre strade teoricamente a disposizione della presidente del Gruppo Mondadori. La prima sarebbe l’ingresso diretto in politica. Ipotesi dirompente: si tratterebbe per giorni di una delle prime notizie sulla stampa di mezzo mondo, e potrebbe indubbiamente suscitare attese ed entusiasmo. Ma al tempo stesso sarebbe la soluzione più rischiosa: esposizione pubblica totale, avversari scatenati, paragone inevitabile con il papà. La seconda strada potrebbe essere quella di una «regia» politica. In una forma o nell’altra, cioè, puntare a determinare le scelte di Forza Italia (strategia, tattica, alleanze, temi prioritari) pur senza l’assunzione di una leadership politica formale. Anche qui i rischi non sarebbero piccoli: l’esposizione alla polemica pubblica sarebbe altrettanto forte, e si aggiungerebbe il tema non marginale del rapporto con la filiera dei dirigenti effettivi di quel partito. Resterebbe dunque una terza strada, probabilmente la più interessante e congeniale agli impegni imprenditoriali di Marina Berlusconi, oltre che la più naturale: quella di incarnare un «punto di rappresentanza valoriale», la garante di alcuni princìpi, senza coinvolgimenti politici diretti o indiretti. Indicare obiettivi alti, segnalare temi, incoraggiare la discussione pubblica in quelle direzioni.









