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Vedrete che il tormentone è destinato a non finire, nonostante la smentita (peraltro non la prima) piuttosto veemente, che Marina ha inviato a Dagospia, due giorni dopo un articolo del Fatto che raccontava la preparazione della “discesa in campo”. E la ragione semplice, attiene proprio alla protagonista. Per dirla con Shakespeare: l’importanza di chiamarsi Marina (Berlusconi).
C’è poco da fare: per gli amanti del genere è la storia di una leadership già in campo sia pur senza una discesa in campo diretta, eventualità su cui si discetta da lustri, soprattutto quando la sua presenza più politica, diretta o indiretta, si avverte con un certo fragore. Sembra, a voler essere maliziosi, una regia perfetta, perché, sapientemente o inconsapevolmente, questa suggestione dell’attesa, alimentata anche dal suo mondo, e gioco di smentite, certo non l’ha danneggiata conferendole l’aura dell’avversario temibile, alle cui mosse prestare particolare attenzione. Insomma, è presenza pur senza epifania, che storia e cognome rendono lecito immaginare.
In fondo è il riflesso automatico e per certi versi obbligato di quell’intreccio strutturale che va sotto il nome di partito proprietario. Anch’esso come la “roba” gestito nell’asse ereditario. E l’eredità, come noto, si delega nella gestione finché i suoi gestori si attengono al mandato. Sennò, ed è quel che è accaduto, si procede con licenziamenti, scivoli verso la pensione, chiamate a rapporto senza tante diplomazie a Cologno Monzese, come fossero dei dipendenti.












