È una donna ma non aiuta le donne. È il futuro ma usa gli stereotipi del passato. È la regina indiscussa della modernità ma attinge informazioni dai secoli scorsi.

L’intelligenza artificiale è la nuova maestra delle discriminazioni di genere, addestrata con tutto il materiale presente sul web. E il materiale non è solo quello inserito dal 1991, quando Tim Berners-Lee pubblicò il primo sito web in quel del Cern di Ginevra. Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti e di manoscritti digitalizzati. Esatto. Il web è ricco di materiali antiquati, anacronistici (eufemismo), dove la figura della donna non era esattamente ‘emancipata’.

Senza scomodare la Bibbia digitalizzata: “Allo stesso modo voi, mogli, siate sottomesse ai vostri mariti”, l’AI si ciba di libri come il Malleus Maleficarum (1486). È il più famoso manuale sulla caccia alle streghe. Scrollando col mouse, leggiamo frasi quanto meno discutibili secondo cui la donna è, per natura, più incline alla lussuria e al patto col demonio. Magari, mi viene da dire.

Anche andando avanti, negli ultimi decenni, la figura femminile resta relegata a oggetto di contorno. Vi dico: ‘ragazze fast food’, vallette della trasmissione cult degli anni Ottanta ‘Drive in’. Abiti provocanti. Sul nome, che ricordava il panino di McDonald’s, glissiamo. L’empowerment femminile non si sapeva neanche cosa fosse. L’unica donna di potere, Margaret Thatcher, è apprezzata dall’Intelligenza artificiale non tanto come Iron Lady per il suo carattere risoluto, ma perché “all’inizio si è affermata come madre e casalinga della classe media che sa come far quadrare i conti domestici”. Fatta questa lunga (e spero apprezzata) premessa, veniamo ai fatti.