La prima immagine pubblica risale a undici anni fa. New York, settembre 2015. Roberta Vinci è in campo contro la numero uno del mondo Serena Williams, si sta giocando la seconda semifinale dello Us Open. Quando l’azzurra sorprende il tennis interrompendo il sogno del Grande Slam per l’americana, nel box della Vinci, tra coloro che si alzano in piedi c’è anche un bimbo, lo chiamano Palli ed è il figlio del coach della giocatrice, Francesco Cinà. Dicono che il bambino se la cavi bene con la racchetta, ha sette anni ed è appassionato. Ogni volta che suo padre dice qualcosa a Roberta, lui si concentra e prende nota. Si chiama Federico. Undici anni dopo quell’ex bambino è diventato, a 19 anni e 55 giorni, il secondo italiano più giovane di sempre a vincere una partita di primo turno al Roland Garros. Il primo è Jannik Sinner.E’ interessante andare a riguardare quella foto, quel sorriso, lo stesso di oggi. Ci si rende conto di quanti chilometri, anni, tabelloni, wild card, qualificazioni, partite perse, allenamenti la vigilia di Natale, un’adolescenza sacrificata in nome di un talento che chissà se sarà mai abbastanza, in definitiva quante rincorse sono necessarie prima di poter vincere la tua prima partita in un torneo dello Slam. E non importa che tuo papà sia un cuoco o un supercoach, la strada è la medesima. Con la differenza che, quando nasci figlio d’arte, ci si aspetta sempre qualcosa, come se ogni traguardo fosse, in fondo, già previsto e quindi scontato.Passione e genetica, Palli Cinà ha sempre posseduto entrambe le cose, il fatto è che non bastano. Gli esempi in casa, non solo da parte del padre ma anche di mamma Susanna, tennista anche lei nonché la prima insegnante di Federico (“quando da piccolo mi voleva sfidare non l’ho mai fatto vincere. Poi, all’improvviso, un giorno mi ha battuto. Allora ho capito che stava diventando grande”, ha detto sua madre un giorno), anche quelli aiutano e non bastano, esattamente come la dedizione e le spalle larghe.Da piccolo Federico Cinà ha respirato per interposta persona il professionismo ai massimi livelli, quello dei sacrifici e delle ricompense. Non si è mai fatto confondere, ha sempre avuto la consapevolezza che per arrivare lassù ci sono vari tipi di gironi infernali da superare. E nessuno ti garantisce che ne uscirai vivo, intero e non frustrato.Uno vale uno, anche se sei figlio di papà e i top player quando ti vedono ti mettono una mano sulla testa e ti chiamano per nome. Prima del primo turno a Roma, della vittoria a Parigi, c’è stata Pune, in India, c’è stata una sconfitta al primo turno in Vietnam agli antipodi del tennis che si vede in televisione e nelle storie degli influencer sui social. Il tennis sa essere molto instagrammabile, la realtà spesso è molto più mediocre e prosaica, il ragazzo conosce entrambi questi mondi.Per lui, però, dopo aver vissuto una infanzia nelle capitali dell’impero, deve essere stato più difficile che per altri abituarsi alla cosiddetta giungla. Da lì bisogna passare e da lì lui è passato. Testa bassa, poche parole, lo stesso sorriso che aveva da bambino ma lo sguardo più riflessivo. Si allena con i più forti, da loro guarda e impara. Nel 2022 è stato il numero 4 al mondo junior, allo Us Open di quell’anno è arrivato in semifinale, dove ha perso contro Joao Fonseca, di un anno più grande. Nel 2025 è diventato il primo giocatore nato nel 2007 a vincere una partita in un Masters 1000. A Parigi ha stabilito il medesimo record anche a livello Slam. “Lo stavamo aspettando”, è la frase più ricorrente quando si parla di lui, con il rischio di sminuire ogni vittoria, considerando ordinaria amministrazione ciò che ordinaria amministrazione non è. Oggi è il numero 238 del mondo, prima della sua prima vittoria in Paris, ci sono state sei settimane con 6 sconfitte e due vittorie. Nel match contro Reilly Opelka, ex top 20 oggi numero 76, è stato in campo per 5 set, 3 ore e 21 minuti. Ha dedicato la vittoria a suo nonno scomparso qualche mese fa. A diciannove anni lo consideriamo un esordiente, in realtà è un teenager soltanto per l’anagrafe. Alle spalle ha centinaia di partite in tutti i continenti del mondo. Il suo libro preferito è Open di Andre Agassi, il suo sogno più grande è quello di vincere Wimbledon. C’è un percorso ostinato e crudele per cui tutto si tiene, il challenger di Pune e la cattedrale del Tennis, un bambino di sette anni che contro sua mamma perdeva sempre e oggi è diventato grande.