È fresco di Festival di Cannes Park Chan-wook. Più che fresco, provato. «Sono arrivato ieri sera (domenica, ndr) a Milano. E mi sento ancora un po’ disorientato». Catapultato dalla Croisette alla Milanesiana: Elisabetta Sgarbi ha realizzato ieri e oggi una speciale anteprima di due giorni tutta per lui (ufficialmente la manifestazione inizia il 3 giugno), per insignirlo dello stesso «Premio Omaggio al Maestro» che nel 2025 era stato attribuito a quel Cristian Mungiu cui il regista coreano ha appena consegnato la Palma d’Oro. Di buon auspicio, visto che si sta apprestando a girare un nuovo film che potrebbe approdare tra un anno a Cannes?

In questi due giorni intensi incontri (con l’amico Marco Muller, massimo esperto di cinema dell’Estremo Oriente) e proiezioni: finora inedito in Italia, viene proposto Judgement, primo corto firmato nel 1999, e poi l’intera Trilogia della vendetta (Mr Vendetta, Old Boy e Lady Vendetta girati tra 2002 e 2005). Degli esordi dei tempi di The Judgement, ricorda «i pochi soldi a disposizione e le tante imposizione dei produttori: sugli attori e sui film a cui ispirarci, quelli di Hong Kong allora molto violenti e molto di moda. Ma il successo che ho avuto io (come i miei colleghi coreani che iniziavano anche loro in quegli anni) mi ha fatto capire che se le creatività è alta puoi farcela». La prova? È lui il primo regista coreano a presiedere una giuria sulla Croisette, e suo il primo film di genere a ricevere una Palma (Premio speciale della Giuria nel 2002). Uomo di poche parole, a tratti un po’ ricorda i suoi personaggi: grande determinazione (che ammette di avere sempre avuta «anche quando i miei primi due film sono stati dei flop»), gentilezza estrema, ma sotto – è sempre lui a dirlo – c’è (ancora) un fondo di rabbia, che arriva da lontano. «Negli Anni 80, in Corea c’erano molti problemi sociali e politici: ero giovane, andavo ancora all’Università, e come tutti i giovani ero animato da una rabbia politica per quella Corea che viveva sotto una dittatura (il Sud come il Nord). Anche la storia di divisione in due del Paese l’alimentava: avevamo due governi autoritari che si detestavano ma che volevano la stessa cosa, il potere. Poi il Sud che era capitalista ha avuto un rapidissimo sviluppo economico. Ma le differenze di classe ed economiche restano molto forti, la politica sociale è insufficiente. E anch’io invecchiando ho moderato e cambiato i modi espressivi della mia rabbia». Che nel cinema trova così sfogo. «Nei miei film tre cose non mancano mai: il genere (un film deve intrattenere), la critica sociale, l’essere umano». Però è pessimista su quanto il cinema (o l’arte in generale) possa cambiarlo quell’essere umano. «Se ci penso, mi sento impotente, affetto da negatività: forse se si cambia dopo aver visto un film, è perché si era già predisposti a quel cambiamento». Questo tuttavia «non ci deve esimere in quanto registi dal dover fare sempre il meglio, dare l’esempio e parlare di certi temi, mai sconfinando nel marketing o nella propaganda politica». Altra cosa imprescindibile è l’ironia. «Non lo humour, che non basta. Ma appunto ironia, gusto per il paradosso e per il grottesco: una combinazione che non ha lo scopo di stemperare l’effetto generato dalla violenza né di purificarla, ma anzi di sottolinearla».