La nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, non ha scelto la linea del falco, ma nemmeno quella della colomba. Chiuso in un luogo segreto, protetto da canali di comunicazione ridotti e da un apparato di sicurezza che teme infiltrazioni e nuovi raid, il figlio dell'ex leader Ali Khamenei prova a trasformare la fragilità della sua successione in una forma di controllo politico del tempo.

La sua "pazienza strategica" sta tutta qui: non cedere subito, non rompere del tutto, lasciare che il negoziato con gli Stati Uniti proceda lentamente mentre Teheran misura ogni concessione in termini di sopravvivenza del sistema. Dalla sua nomina a guida suprema, dopo l'uccisione del padre nei raid israelo-americani di fine febbraio, Mojtaba non è apparso in pubblico: non ha parlato in video, non ha guidato riti collettivi, non ha prodotto l'immagine classica del leader rivoluzionario. I suoi messaggi arrivano per iscritto, filtrati, letti da altri, inseriti dentro una liturgia di Stato che prova a compensare con la forma la mancanza del corpo mentre da Teheran il portavoce del ministero della Salute ha smentito che sia gravemente ferito, menomato o sfigurato. Nell'attacco del 28 febbraio ha riportato "solo ferite superficiali", ha spiegato.