Due volte candidato all’Oscar e vincitore di sei David di Donatello, Massimo Cantini Parrini è uno dei più importanti costumisti italiani contemporanei. Dopo aver firmato abiti per registi come Matteo Garrone, Paolo Sorrentino e Sofia Coppola, oggi porta il suo sguardo anche nel mondo delle mostre con Regine in scena. L’arte del costume italiano tra cinema e teatro, alla Reggia di Venaria fino al 6 settembre.

L’esposizione, da lui curata, riunisce costumi iconici indossati da figure storiche, mitologiche e fantastiche (da Maria Antonietta a Medea) per raccontare come il costume abbia contribuito a costruire nei secoli l’immagine stessa del potere femminile. Opere che provengono da importanti sartorie, archivi e collezioni museali, pensati da grandi costumisti e artisti e realizzati da storiche sartorie italiane: come ci racconta lo stesso costumista.

Si racconta spesso come i vestiti servano anche a “servire il Paese”. Secondo lei, nel cinema e nel teatro, il costume delle regine serve ancora a costruire un’autorità politica, o oggi racconta soprattutto la psicologia del personaggio?

Dipende sempre dall’epoca che si rappresenta: è questo che determina se il costume debba mostrare la divisa, il mito, la storia o la fantasia. Direi che la risposta sta un po’ nel mezzo, è un metà e metà. Quando vesti una regina, se si tratta di un personaggio realmente esistito, leggi la sceneggiatura, ti ispiri e attingi a fonti storiche vere ; se invece parliamo di regine del mito o della fantasia, allora puoi sbizzarrirti. In ogni caso, l’abito deve sempre raccontare il potere che una regina incute. Non potendo parlare liberamente con chiunque: dopotutto, a una regina puoi rivolgere la parola solo se è lei a farlo per prima, l’abito deve parlare per sé.