Abbiamo detto tante volte che Trump tende a reagire alle difficoltà comportandosi in modo ancora più estremo. E questo, nella maggior parte dei casi, significa cercare nemici, avviare epurazioni, farsi terra bruciata intorno. Così facendo rafforza il controllo sulla sua cerchia, ma allo stesso tempo la restringe sempre di più, perché allontana le persone meno fanatiche e più pragmatiche. Il risultato è che consolida il potere interno, ma perde consensi nel paese.

In quest’ottica, i fatti di questa settimana sono una sorta di manuale di trumpismo. Proprio nei giorni in cui il New York Times pubblicava un nuovo sondaggio che mostra come la guerra in Iran stia pesando sulla sua popolarità — con il dato più preoccupante che riguarda gli elettori indipendenti, generalmente decisivi nelle elezioni di metà mandato: quasi il 70 per cento oggi disapprova il suo operato —, il presidente ha eliminato una delle ultime sacche di dissenso nel Partito repubblicano.

Martedì si sono tenute in sei stati le primarie per scegliere i candidati repubblicani alle elezioni di novembre, e Trump ha celebrato i risultati come un plebiscito personale: “37 vittorie, zero sconfitte”, ha scritto su Truth Social. L’aspetto più rilevante da sottolineare è che ormai il trumpismo, di fronte ai fallimenti sul fronte interno e in politica estera, trova nella vendetta la sua principale forma di espressione.