di Mariateresa Buccieri* – Quello capace di restituire al palcoscenico la sua antica vocazione: non evasione, ma incontro; non artificio, ma verità emotiva. Al Rendano, Fortunata di Dio ha ricordato che la scena, quando incontra coraggio artistico e umanità, può ancora diventare luogo di un’autentica catarsi collettiva. Come nel “teatro necessario” teorizzato da Peter Brook, lo spettacolo non riempie un vuoto, ma apre uno spazio vivo dove memoria, emozione e coscienza si incontrano.
Ci sono figure che appartengono alla storia e altre che abitano la coscienza profonda di un popolo. Natuzza Evolo appartiene a questa seconda categoria. Non soltanto per ciò che la sua vicenda ha rappresentato, ma perché il suo nome continua a vivere in quella zona delicata dove spiritualità, memoria e identità collettiva si intrecciano. Portare una figura così complessa sul palcoscenico significava assumersi un rischio artistico importante. Andrea Ortis e Ruggero Pegna lo affrontano scegliendo la strada meno facile: non costruire un monumento immobile, ma restituire umanità e interrogativi. Fortunata di Dio non pretende infatti di consegnare verità assolute. Piuttosto invita lo spettatore a sostare in quel territorio sospeso dove fede e dubbio convivono, non come opposti inconciliabili ma come dimensioni profondamente umane.











