di Mara Paone* – Ci sono spettacoli che si guardano e altri che si attraversano. La prima di “Fortunata di Dio”, andata in scena ieri sera al Teatro Rendano di Cosenza, appartiene senza dubbio alla seconda specie. Ciò che è accaduto sul palco non è stato soltanto teatro: è stata una immersione emotiva, culturale e perfino identitaria dentro una delle figure più complesse e amate della Calabria contemporanea: Natuzza Evolo. Ed è forse proprio questo il primo merito, enorme, dell’opera scritta da Andrea Ortis e Ruggero Pegna, con la regia dello stesso Ortis: avere avuto il coraggio di raccontare Natuzza senza trasformarla in un santino, restituendole invece umanità, peso, conflitto, dolore, spaesamento e quella dimensione di mistero che ha accompagnato tutta la sua esistenza. “Fortunata di Dio” non cerca scorciatoie emotive, non forza la commozione, non indulge nel folklore religioso. Ed è proprio per questo che arriva forte al pubblico.

Una Calabria devota e diffidente

La narrazione attraversa infatti non soltanto la vicenda spirituale di Natuzza, ma anche il contesto umano e sociale che l’ha circondata: una Calabria profondamente devota ma al tempo stesso diffidente, capace di inginocchiarsi davanti all’inspiegabile ma anche di guardarlo con sospetto, paura, incredulità. Una terra che spesso fatica a riconoscere ciò che ha davanti mentre lo sta vivendo.