di
Benedetta Sangirardi
Non solo il tempo passato davanti a uno schermo: l'«attaccamento digitale» è la nuova forma di legame emotivo tra esseri umani e tecnologie. I consigli per preservare la dimensione umana e la salute mentale dei giovani
Come crescere i figli nell’era di Internet? È la domanda che ogni genitore si pone a cui prova a rispondere la psicoterapeuta Barbara Volpi in L’attaccamento digitale. Famiglie connesse nell’era dell’IA (Il Mulino).
Il nuovo «attaccamento»Siamo nell’era digitale e della nuova frontiera dell’Intelligenza artificiale, in cui tutto cambia e si muove rapidamente con un’accelerazione esponenziale, ridefinendo in modo spesso caotico e poco comprensibile tutte le aree del vivere quotidiano. Non più nativi digitali, categorie ormai superate, ma individui che hanno conosciuto il mondo e sono cresciuti con la tecnologia in mano, portando con sé quella che Volpi chiama una «nuova pelle digitale». Il nucleo del libro è la definizione dell’«attaccamento digitale»: una nuova forma di legame emotivo tra esseri umani e tecnologie, che si sviluppa nella società iperconnessa e che soddisfa il bisogno di utilizzare le macchine per agevolare i propri compiti evolutivi. «Non è solo una questione di tempo trascorso davanti allo schermo. È un legame emotivo e psicologico profondo che intreccia bisogni affettivi, costruzione dell’identità e modalità relazionali contemporanee», spiega l’autrice. Ciò che preoccupa non è la tecnologia in sé, ma il rischio che le macchine — inclusi i Chatbot e i sistemi di AI generativa — vengano percepite come caregiver sostitutivi. Gli adolescenti che consultano ChatGPT nei momenti di crisi, i bambini calmati dalla voce robotica di un assistente vocale, i genitori che chiedono all’AI come comunicare meglio con i figli: sono tutti segnali di quello che Volpi definisce un «attaccamento digitale insicuro», quando la macchina non supporta la relazione ma la sostituisce.







