Non ci sarà un accordo fino a quando non saranno risolti tutti i dettagli, ma a questo punto non è azzardato sostenere che la guerra stia per concludersi. Il 24 maggio il presidente statunitense Donald Trump ha twittato un’immagine di combattimenti generata dall’intelligenza artificiale, ma ormai nessuno prende più sul serio i suoi proclami apocalittici, regolarmente seguiti da annunci sui progressi del negoziato.

Trump vuole chiudere questo capitolo doloroso della sua presidenza, una guerra sconsiderata che non è andata come previsto e da lasciarsi alle spalle per diverse ragioni. Prima di tutto perché una ripresa dei bombardamenti non cambierebbe molto, a meno di lanciarsi in un’escalation che solo la minoranza dei “falchi” vorrebbe innescare.

Trump batte in ritirata anche perché la guerra con l’Iran è sempre più impopolare negli Stati Uniti: per motivi economici, per l’assenza di un obiettivo chiaro e per il ruolo di Israele, diventato un’aggravante per l’opinione pubblica. Infine è chiaro che Trump intende aprire una fase positiva, con il campionato mondiale di calcio maschile (che partirà fra meno di tre settimane) e con il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, il prossimo 4 luglio. Dimenticare Hormuz prima delle elezioni di novembre è la priorità.