Cosa succede dopo che arriva a uno stop forzato al percorso di carriera? E come ci si può reinventare nell'era dell'intelligenza artificiale?

A fine dicembre del 2025 ho terminato diciotto anni di carriera dentro una grande multinazionale americana. Un lavoro che ho amato, in cui ho ricoperto vari ruoli, dal marketing alle Pr per l'Italia e la Spagna, fino alla formazione dei partner commerciali europei, e che mi ha permesso di vedere la rivoluzione dell'intelligenza artificiale crescere da molto vicino, prima ancora che diventasse oggetto di articoli e di libri.

I primi giorni ho avuto la sensazione di una libertà che non ricordavo da molto tempo. Le mattine senza riunioni avevano una qualità diversa, e per qualche giorno ho immaginato di avere finalmente lo spazio per leggere, scrivere e pensare. Poi sono arrivate le altre domande. Erano domande con dentro la rata del mutuo, i genitori anziani da seguire, la stanchezza di spiegare agli altri chi sei quando hai perso il ruolo lavorativo che di solito ti descrive.

La prima, su cui ho ragionato a lungo, era anche la più banale: «Che cosa farò da grande?». Lo dico con un sorriso, ma fino a un certo punto. Avere sessant'anni e chiedersi cosa fare da grande è una condizione che la mia generazione non era preparata a vivere. I miei genitori a questa età erano in pensione, o ci si stavano avvicinando, e nessuno avrebbe pensato di chiedergli di reinventarsi. A me, per coincidenza temporale, è toccato farlo proprio nel momento in cui il mercato del lavoro sta riscrivendo le proprie regole più velocemente di chiunque ci si trovi dentro.Il primo mese me lo sono dato per capire cosa volessi nel profondo. Mi sono chiesto cosa mi piacesse fare davvero, dove fosse rimasta, in tutto quello che avevo fatto, una scintilla di entusiasmo. C'è quel vecchio detto attribuito a Confucio — «scegli un lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno nella tua vita» — che a vent'anni mi sembrava un consiglio da biscotto della fortuna e oggi ha assunto un peso diverso. Quando il tempo che hai davanti pesa meno di quello dietro, scegliere bene diventa un esercizio piuttosto concreto.Quello che ho scoperto è che la passione per l'intelligenza artificiale, che mi accompagnava da anni dentro l'azienda, era rimasta intatta. La differenza è che da fuori potevo finalmente cominciare a usarla per costruire cose mie. Si chiama vibe coding, è un'espressione che il ricercatore Andrej Karpathy ha coniato all'inizio del 2025, e descrive una pratica che fino a tre anni fa sarebbe sembrata fantascienza: scrivere software parlando al computer in linguaggio naturale. Tu descrivi cosa vuoi, il modello scrive il codice, e tu gli dici dove ha sbagliato finché non funziona. È un'abilità che premia chi sa fare le domande giuste più di chi sa scrivere il codice giusto, ed è il motivo per cui qualcuno senza formazione informatica può oggi realizzare prodotti che fino a poco fa richiedevano un team.Per spiegare a mia moglie di cosa si trattasse davvero, alla fine, mi è servito il figlio di un mio cugino, di nove anni. Una mattina gli ho proposto di fare un gioco, e gli ho dato carta e penna chiedendogli di scriverci tutto quello che doveva esserci dentro. In un quarto d'ora aveva preparato un documento di progettazione abbastanza completo, con titolo, regole, economia interna, livelli di difficoltà, layout disegnato dall'alto. Frequenta una palestra di boxe, il gioco era su quel mondo. Abbiamo passato i fogli a un modello di intelligenza artificiale, io ho fatto da traduttore in mezzo, e in altri quindici minuti il gioco esisteva: un'applicazione web con la sua palestra, i suoi pugili da assoldare, le sue monete da guadagnare. Lui aveva inventato cosa dovesse esistere, io avevo tradotto, la macchina aveva scritto il codice. La parte che pesava di più, nella sequenza, era la sua.Quella sera mi sono detto che il mestiere che stavo cercando assomigliava abbastanza a quello: un'idea che qualcuno ha in testa, una AI che sa scrivere il codice, e la pazienza di stare nel mezzo per controllare che il risultato corrisponda. Da gennaio ho usato le giornate così, sviluppando qualche applicazione personale, una che racconta storie della buonanotte per bambini, un'altra per addestrare il proprio cane, soprattutto come palestra concreta, per capire fino a che punto si potesse spingere uno come me senza una formazione tecnica. Si può andare abbastanza in là, a patto di accettare un lavoro di rifinitura che la macchina da sola non riesce a fare.A marzo ho partecipato al mio primo hackathon, una maratona di sviluppo in cui i partecipanti hanno una giornata per costruire qualcosa da zero. In una sala con un centinaio di ragazzi trent’anni più giovani di me, in dieci ore ho messo insieme un agente vocale che gestiva voli, prenotazioni e reclami in quattro lingue per una compagnia aerea immaginaria. Non ho vinto. Tornando a casa pensavo però a un’altra cosa: in dieci ore, da zero, c’ero arrivato io. Chi quel mestiere lo fa sul serio, da qui in avanti, dovrà reinventarsi.Da febbraio scrivo una rubrica settimanale che parla di intelligenza artificiale generativa per un importante sito di tecnologia, ho aperto un canale su Substack che racconta l'AI in modo semplice e ha ormai un migliaio di abbonati, e a maggio è uscito un libro nato in parallelo, dal lavoro di documentazione fatto per rubrica e blog. Parla di mercato del lavoro, di identità professionale, di cosa resta quando il lavoro che ti descriveva si dissolve.Ho anche fatto un po' di colloqui. Alcuni sono andati bene, fino al momento in cui sul tavolo è arrivata la mia data di nascita; uno è finito con un complimento del tipo «Lei è troppo senior per questa posizione», che è un modo gentile per non dire un'altra cosa. È un problema vero, di cui in Italia parliamo poco e male, e che la retorica del lifelong learning risolve solo in teoria. Imparare cose nuove dopo i sessanta, in fondo, è meno difficile di quanto si racconti. Trovare qualcuno privo di pregiudizi sull'età, quello sì, resta il punto.C'è un'idea che ho ritrovato in Reid Hoffman, quando parla della carriera come permanent beta, e in Peter Sims, che con Little Bets sostiene una tesi diventata per me utilissima: chi attraversa bene le transizioni professionali ha in comune la disponibilità a fare piccole prove parallele senza aspettare la certezza che funzioneranno, perché quella certezza non arriva mai in tempo. Sims le chiama small bets, piccole scommesse. Le applicazioni di prova, la rubrica, il libro, l'hackathon, le ore col mio cuginetto sono esattamente questo, e nessuna di queste, da sola, è «il nuovo lavoro». Sono prove. Alcune cammineranno, altre no. È un modo di muoversi che dentro un'azienda strutturata non avevo motivo di adottare, perché un'azienda ti dà una direzione e tu segui quella. Adesso le direzioni le sceglie chi le sceglie, e accetti che la singola scelta possa essere sbagliata, perché tanto domani ce ne sarà un'altra.E poi c'è un'altra componente, fondamentale: la possibilità di disporre delle proprie giornate per le cose che si ritengono utili, come passare del tempo con un genitore anziano, o rivedere amici e parenti che non si incontrano da molto.Quando di sera mia moglie mi chiede com'è andata la giornata, la risposta è che dipende dal giorno. Ci sono giornate in cui chiudo il computer alle 23 e mi sembra di aver realizzato qualcosa che dentro un'azienda non avrei mai potuto creare, anche se nessuno mi sta pagando uno stipendio per farlo, e quella sensazione, certe sere, vale la giornata intera. Ce ne sono altre in cui leggo i giornali, le previsioni sui licenziamenti, e mi viene da pensare che la mia parabola personale, in fondo abbastanza fortunata, non sia replicabile per la maggior parte delle persone con una storia simile alla mia. Questa cosa mi pesa più del resto, ed è la parte di cui il libro ha cercato di occuparsi senza fingere di avere risposte.Mia moglie, qualche sera fa, mi ha chiesto se ho capito che cosa farò da grande. Le ho risposto che no, non ancora. Ma di sicuro ci sto provando, e nel frattempo scopro che il tentativo già di per sé mi diverte molto.