La traiettoria di Tulsi Gabbard, ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista, come direttore dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti si chiude come era iniziata: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump. Le dimissioni annunciate venerdì, motivate ufficialmente dal peggioramento delle condizioni di salute del marito, arrivano dopo mesi in cui il suo ruolo era già stato progressivamente svuotato di rilevanza politica. L’amministrazione perde così un altro pezzo, dopo gli addi della segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, paladina dell’anti-immigrazione Ice, e Pam Bondi, la ministra della Giustizia (e già avvocata personale del presidente), accusata di aver gestito malamente il caso Epstein.
Formalmente capo del coordinamento dell’intera intelligence community, Gabbard era di fatto rimasta ai margini delle decisioni più sensibili dell’amministrazione, in particolare sulla guerra in Iran e sulle operazioni in Venezuela. Proprio su questi dossier si è consumata la frattura più profonda con la Casa Bianca: mentre il presidente Donald Trump accelerava su una postura militare più assertiva, lei manteneva una linea scettica e prudente, coerente con il suo tradizionale anti-interventismo.










