«L'effetto più grave, di cui si parla poco, è l'intensificarsi della repressione: oltre 600 esecuzioni da gennaio 2026: l'attivista Pakshan Azizi, in carcere dal 2023 è stata condannata a morte. E il Paese è isolato dalla rete Internet»Le donne sono tra le prime vittime della guerra. Arresti, violenze, stupri. E l’Iran è uno dei casi più emblematici. Fin dalla Rivoluzione Islamica del 1979 le donne sono state private delle loro libertà fondamentali e costrette all’invisibilità. Un'invisibilità culminata con la morte di Masha Jina Amini, uccisa dal regime, e diventata simbolo suo malgrado di Donna vita libertà. O come nel caso di Pakshan Azizi, attivista per i diritti umani e prigioniera politica, recentemente condannata a morte. Detenuta dal 2023 e in isolamento da mesi, Azizi non può contare nemmeno su un avvocato, la sua vita è sospesa tra la vita e la morte e per lei si sta spendendo il Comitato per la libertà dei prigionieri politici. Ma qual è la situazione generale delle donne oggi in Iran? Ne abbiamo parlato con Shervin Haravi avvocata e attivista per i diritti umani.
Donna vita libertà è nato come uno slogan, è diventato un movimento. Cosa ha significato per le donne e le ragazze iraniane e a che punto siamo?«Il movimento Donna, Vita, Libertà è l'esito di decenni di lotte: dalle proteste contro la legge del 1979 sull'obbligatorietà dell'hijab alle manifestazioni universitarie, dal Movimento Verde alle rivolte contro il caro benzina del 2019, fino ad arrivare al settembre 2022. Era il 16 settembre che, dopo la morte di Mahsa Jina Amini, una giovane ventiduenne di origine curda, aggredita fisicamente dagli agenti della polizia morale per non aver indossato l’hijab "in maniera conforme", muore dopo pochi giorni di coma.Questo movimento nasce dallo slogan curdo (jin, jian, azadi), proprio per richiamare le origini di Mahsa. Il primo termine è donna: sono infatti le donne ad aver subito maggiormente la repressione da parte del regime degli Ayatollah. Sono le donne il motore del cambiamento in Iran.A partire dal settembre 2022, abbiamo visto immagini di migliaia di giovani donne della generazione Z scendere nelle piazze iraniane senza hijab. Questo non ha caratterizzato anche le precedenti proteste, come anche quelle del movimento verde del 2009 contro i brogli elettorali: le donne manifestavano ancora indossando il velo.Con la rivoluzione di Mahsa abbiamo assistito a una vera rivoluzione culturale che ha trasformato la quotidianità della società iraniana: il movimento ha coinvolto anche gli uomini, perché l'hijab è solo uno dei simboli della repressione e la lotta di donne e uomini è la lotta per i diritti e le libertà di cui sono stati privati per quasi mezzo secolo. Grazie a questa mobilitazione, il regime non è riuscito ad approvare il disegno di legge "sulla castità e l’hijab" che avrebbe inasprito le sanzioni, prevedendo la revoca della patente e il sequestro dei veicoli delle donne che non rispettavano l’obbligo dell’hijab. Se prima la repressione e la censura del regime bastava a ristabilire "l'ordine", dopo Mahsa è crollato "il muro di Berlino degli Ayatollah"».Arresti di massa e impiccagioni continuano. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha fatto passare in secondo piano la questione femminile. Qual è la situazione oggi?«L'attacco di Stati Uniti e Israele, come ogni violazione del diritto internazionale, ha danneggiato il movimento Donna, Vita, Libertà. Con i bombardamenti si pensa alla sopravvivenza. Una settimana prima degli attacchi avevamo assistito a proteste in tantissime università iraniane, centri culturali del paese: il popolo non si è arreso neanche dopo il massacro di gennaio per mano del regime.L'effetto più grave, di cui si parla troppo poco, è l'intensificarsi della repressione: oltre 600 esecuzioni da gennaio 2026. Il carcere di Evin a Teheran resta simbolo di questa brutalità, teatro di torture per prigionieri politici, giovani, attivisti e giornalisti. Il paese è isolato dalla rete internet, accessibile solo ai sostenitori del regime (circa il 10%) e a chi può permettersi una VPN. Dall'inizio degli attacchi, il regime ha militarizzato le città con un coprifuoco di fatto, convogliando truppe irachene, afghane e pakistane per rimpiazzare le migliaia di basiji perduti».Ci sono figure emblematiche di donne che lottano per i diritti delle donne iraniane. Penso fra le altre all'avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh o al Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. Quanti spazi restano nell'Iran di oggi per la difesa dei diritti?«Narges Mohammadi, Nasrin Sotoudeh, Fatemeh Sepehri: al di là delle diverse posizioni politiche e credi religiosi, si sono sempre distinte per la difesa dei diritti umani. Le donne iraniane incarnano forza e coraggio disarmanti. Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace 2023, ha dichiarato: "Le donne di tutto il mondo possono essere certe, vedendo le lotte delle donne in Iran, che hanno il potere di affrontare gli strumenti più forti di oppressione". Lei, come altre attiviste, denuncia l'apartheid di genere iraniano, sostenendo che solo riconoscendolo come crimine si può porre fine a queste forme di violenza e subordinazione. La sua detenzione a Evin è stata segnata da isolamento e torture psicologiche, ma il suo impegno resta incrollabile. Nasrin Sotoudeh è tra le avvocate più coraggiose dell'Iran, ha difeso i prigionieri politici sopportando carcere e violenze. Arrestata il 2 aprile 2026, è stata rilasciata dietro garanzia il 13 maggio scorso. La Repubblica islamica, in tempo di guerra, invece di proteggere il popolo imprigiona i suoi luminari. In carcere ci sono intellettuali, scrittrici, artiste e giornaliste che non si sono mai piegati a questo regime».Le immagini delle donne che si sono tolte il velo, prima durante le manifestazioni di piazza e dopo l'inizio del conflitto con gli Stati Uniti, che cosa ha significato per le ragazze e donne iraniane?«Il coraggio supera la paura. Sono donne tenaci che rischiano la vita per il desiderio di libertà e per il sogno di una vita normale, in cui i diritti vengano tutelati e garantiti. Dobbiamo aiutare le donne e gli uomini iraniani con gli strumenti della cooperazione internazionale, a partire dal ripristino della rete internet, fino alla pressione diplomatica per congelare gli asset dei rappresentanti della Repubblica Islamica e dare un supporto concreto alle organizzazioni per i diritti umani. Questi, e soltanto questi, sono gli strumenti efficaci per un Iran libero e democratico».









