di
Barbara Poggio*
Il rapporto «Equilibriste» di Save The Children mostra che la maternità ha ancora un prezzo altissimo per le donne in termini economici e sociali. E la politica che invoca la famiglia non garantisce ciò che alle famiglie serve
Fate più figli. Ma arrangiatevi. È questo, al netto della retorica, il messaggio che lo Stato italiano manda alle donne da decenni. La famiglia è evocata come valore assoluto, la maternità come dovere civico, la natalità come emergenza nazionale. Quando però si lascia il terreno degli slogan e si guardano i dati, emerge il quadro reale: avere un figlio in Italia è ancora un rischio professionale che ricade quasi interamente sulle donne.
L’undicesima edizione del rapporto «Le Equilibriste» di Save the Children mostra con chiarezza che in Italia la maternità ha ancora un prezzo altissimo, economico, professionale, sociale e a pagarlo, in modo sproporzionato, sono le donne. Lo scarto di genere è netto. Tra gli uomini, la paternità è associata a una maggiore occupazione: i padri lavorano di più dei coetanei senza figli. Per le donne accade l’esatto contrario. La maternità non è una parentesi, ma ridefinisce le traiettorie professionali. Nel settore privato, una neomamma può perdere fino al 30% della retribuzione dopo il parto. Il peggioramento della condizione lavorativa delle madri non è un fenomeno isolato né transitorio: è una penalizzazione strutturale che quest’anno riguarda per la prima volta tutte le regioni italiane. Tra le under 30 con figli, il quadro è ancora più critico: quasi sei su dieci sono inattive, non studiano, non lavorano, non seguono alcun percorso di formazione. Per i coetanei uomini, invece, la paternità continua a tradursi in un vantaggio occupazionale.












