Tra sessant’anni Cherèmule sarà un villaggio fantasma. Sbarrate e vuote le case, avvolti nel silenzio i vicoli, i cortili, le piazze, nessuna presenza umana, un luogo spopolato e desolato. Cherèmule è a 43 km da Sassari e ha 350 abitanti; se il calo demografico che sta desertificando tutte le zone interne della Sardegna continuerà ai ritmi attuali, nel giro di pochi decenni sparirà. E non sarà il solo piccolo paese sardo a estinguersi. La stessa sorte toccherà ad altri 30 comuni. Lo dice uno studio pubblicato già nel 2016 da un gruppo di demografi dell’università di Cagliari e confermato di recente da un report del Centro di programmazione della Regione Sardegna. Una situazione ai limiti dell’emergenza la cui gravità viene ribadita dal Rapporto Mete 2026 redatto da un gruppo di esperti del Comitato regionale emigrazione immigrazione (Crei) delle Acli, i cui contenuti saranno illustrati nel dettaglio domani alle 17 a Cagliari nella sede della Fondazione di Sardegna.
LE ANTICIPAZIONI dello studio già disponibili dicono che la Sardegna, che al 1° gennaio di quest’anno aveva una popolazione di a 1.554.490 unità, ha perso, nel corso del ventennio 2006 -2026, 85.000 abitanti. Effetto di una denatalità fortissima: il tasso di fecondità è scivolato all’estremo limite di 0,85 figli per donna, il dato più basso d’Italia e tra i più critici dell’intera Unione europea, in un raffronto impietoso con la soglia di sostituzione generazionale fissata a 2,1. E se nascono meno bambini non solo la popolazione si riduce, ma invecchia rapidamente: la Sardegna è oggi la seconda regione con più anziani d’Italia dopo la Liguria, con una popolazione over 65 che raggiunge il 28,1% e una quota di giovani sotto i 15 anni crollata al 9,4%. Se continua così, le proiezioni al 2050 dicono che la popolazione attiva è destinata a scendere sotto la soglia critica del 50%, con effetti critici sul sistema di welfare regionale facilmente immaginabili.













