Cannes – New York brucia di musica, desiderio, paura. È la città degli anni ’80, quella dei club downtown, delle luci sporche di Manhattan, dei loft attraversati da artisti, performer, drag queen, amanti che si stringono sapendo che il tempo potrebbe essere poco. Ed è anche la città dell’Aids. Della malattia che cade come un’ombra feroce sopra una generazione queer che aveva appena cominciato a conquistare libertà, visibilità, felicità. "The Man I Love" di Ira Sachs, passato in concorso a Cannes, è uno dei film più intensamente inclusivi e queer del festival. Non perché faccia discorsi teorici sull’identità. Ma perché restituisce corpo, sensualità, fragilità e memoria a una comunità che gli anni Ottanta americani hanno insieme celebrato e condannato. Al centro, il regista Ira Sachs con il cast del film The Man I Love

Il protagonista è Jimmy George, interpretato da Rami Malek: cantante, performer, artista della scena off-off Broadway, sieropositivo in una New York ancora attraversata dall’omofobia dell’America reaganiana. Jimmy sa di essere malato. Ma non vuole ridursi alla malattia. Vuole continuare a creare, cantare, amare, desiderare. È questo che rende il film così potente: non è un racconto sulla fine. È un racconto sull’ostinazione della vita. “Non è un film pieno di ospedali e medicine”, ha spiegato Malek a Cannes. “È la storia di un uomo che cerca disperatamente di continuare la sua attività artistica”. E dentro questa frase c’è tutto il senso del film di Sachs: la comunità queer non raccontata come vittima, ma come energia creativa, erotica, emotiva. All’inizio, racconta Malek, aveva paura di affrontare il personaggio. Troppo vicino, apparentemente, a Freddie Mercury già interpretato in "Bohemian Rhapsody". “C’erano troppe somiglianze”, dice. Il cantante. Gli anni dell’Aids. La performance. Ma poi ha capito che Jimmy era l’opposto dell’icona. “Freddie era leggenda. Jimmy è ricerca continua: di amore, creatività, intimità, gioia”.