Pubblicato il: 23/05/2026 – 11:56
REGGIO CALABRIA Le cure palliative iniziano dove la medicina smette di promettere guarigioni. Non servono a salvare la vita, ma a proteggerne la dignità quando il tempo si restringe, il dolore aumenta e una famiglia rischia di crollare insieme al malato. In Calabria, però, questa rete si sta lentamente sfilacciando. Da aprile il servizio di cure palliative dell’Asp di Reggio Calabria è rimasto senza un medico coordinatore. La dottoressa Paola Serranò, oncologa e fondatrice dell’Hospice reggino, è andata in pensione senza che venisse individuato un sostituto. «Non doveva esserci alcuna interruzione», spiega, ricordando di aver indicato due medici esperti per garantire continuità al servizio. «Non hanno nominato nessuno».«Oggi l’assistenza domiciliare specialistica regge su un solo giovane medico e su un organico infermieristico ridotto all’osso. La parte sanitaria, medica e infermieristica, è estremamente contratta. Non si può garantire un buon livello di assistenza», denuncia Serranò. Eppure, fino a poche settimane prima del pensionamento, sembrava previsto un potenziamento della rete territoriale. «Avevamo concordato insieme un programma. Poi si è fermato tutto».La normativa nazionale — in particolare il DM 77 del 2022 — «definisce le cure palliative come una rete autonoma, con équipe multidisciplinari, una propria organizzazione territoriale e competenze altamente specialistiche. Il decreto stabilisce inoltre che ogni 100 mila abitanti debbano esserci almeno un’unità di cure palliative domiciliari e un hospice. In Calabria siamo ancora molto lontani da numeri adeguati. Abbiamo accumulato un ritardo enorme ed è anche per questo che oggi siamo l’ultima regione d’Italia».












