Giovedì notte, al numero 1697 di Broadway, New York, è finita un'epoca. A quell'indirizzo tra Hell's Kitchen e Central Park c'è il leggendario Ed Sullivan Theater: qui i Beatles hanno debuttato sulla tv americana nel 1964, qui per 33 anni si è registrato il mitico Late Show di David Letterman e poi di Stephen Colbert, che stanotte è morto e non risorgerà.
Dei motivi della cancellazione – la nuova proprietà super-trumpiana del canale CBS dice per ragioni economiche, gli altri dicono per la satira feroce di Colbert sul presidente – potete chiedere all'AI o agli articoli “spiegati bene”. Vi basti sapere che la prima motivazione ha un peso, ma la seconda è più vera. Qui ci interessa tentare un bilancio.
Il late night show, cioè il programma comico di seconda serata, è la forma di intrattenimento televisivo più profondamente statunitense ma anche, assieme alla sitcom e a differenza del football americano, quella più felicemente esportata per 70 anni.
Non tanto perché l'abbiamo effettivamente vista sulle nostre tv, anche se Letterman veniva replicato anche da noi, ma perché quella formula di interviste ironiche alla scrivania, più monologo comico, esibizione dell'ospite musicale e rubriche varie (su tutte, le celebri Top Ten) è da decenni un classico che vanta innumerevoli tentativi di imitazione in tutto il mondo. In Italia ci hanno provato, con alterne fortune, in tanti: sia come filiazioni dirette, da Luttazzi, Volo e Cattelan fino a Raimondo e Lundini (persino Fiorello ne fece una versione per Sky); sia come derivazioni ibride e diversissime targate Dandini, Chiambretti, Cabello, Geppi, Barbareschi e Fazio – Costanzo, che pure fu ospite da Letterman, viene spesso associato al genere per la collocazione in seconda serata e per lo show di parola, ma è stato più un teatro di italianissima chiacchiera collettiva.












