Quando Zygmunt Bauman descriveva la metamorfosi del potere moderno - fluido, mobile, capace di attraversare confini dinnanzi a una politica ancorata a istituzioni sempre più locali - tracciava inconsapevolmente anche il perimetro della grande consulenza strategica. È proprio lì, nelle consulting firm, che negli ultimi due decenni si è progressivamente concentrata una parte crescente della capacità di orientare imprese, capitali e trasformazioni industriali.
Si tratta di strutture globali che accompagnano fusioni bancarie, ristrutturazioni industriali, transizione energetiche, strategie legate all’intelligenza artificiale e grandi operazioni finanziarie.
Un universo che oggi vale miliardi di euro e che, spesso lontano dai riflettori, esercita un’influenza sempre più concreta sugli equilibri dell’economia internazionale, talvolta persino superiore a quella dei governi o dei mercati stessi.
In rigoroso ordine alfabetico, i loro nomi sono Bain & Company, Boston Consulting Group, Deloitte, EY, Kpmg, McKinsey & Company e PwC.
I loro uffici occupano i palazzi di vetro tra Milano e Roma, nei distretti dove si incrociano finanza, politica e industria.









