Tra busti di gesso e un dipinto sacro immerso nell’ombra, alla galleria Robilant+Voena di Milano Abel Ferrara e Solange Smith hanno letto The Boxer, i testi di Gabriele Tinti ispirati al celebre Pugile a riposo conservato a Palazzo Massimo. Un reading antispettacolare e quasi rituale, dove la boxe diventa metafora della resistenza umana, del sangue, del dolore e di quella “malattia di infinito” che ci tiene vivi

Duemila anni fa qualcuno ha voltato il capo verso qualcosa che non sappiamo nominare. Il 22 maggio alla Robilant+Voena di via della Spiga, qualcuno ha provato a dirlo ad alta voce. Busti di gesso bianchi come arbitri, un'immagine sacra che respirava nell’ombra, tre persone in nero. Gabriele Tinti, Solange Smith, Abel Ferrara. Niente allestimento, niente scena. Solo questo.

Gabriele Tinti, Solange Smith, Abel Ferrara. La fotografia dello scatto li fissa così: composti, quasi ieratici, con quella tensione trattenuta di chi sa che sta per accadere qualcosa che non si può ripetere. Ferrara con la sua faccia da romanzo di Denis Johnson, vissuta, scavata, bellissima nel senso in cui sono belle le cose che non hanno risparmiato niente. Smith con la compostezza ferma di chi abita il quadro senza doverlo rivendicare. E dietro di loro, il dipinto. Testimone muto. Giudice senza verdetto.