Donald Trump ha rinviato all’ultimo momento la firma di un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale (la bozza si può leggere qui). Il provvedimento – cinque punti, sette pagine in tutto – avrebbe introdotto una forma molto limitata di supervisione federale sui modelli più avanzati sviluppati dalle aziende americane. In buona sostanza, i laboratori delle grandi aziende del settore avrebbero condiviso con il governo i nuovi modelli fino a novanta giorni prima del rilascio pubblico. Trump ha spiegato di aver cambiato idea perché non voleva «fare nulla che ostacolasse» la competizione tecnologica con la Cina.

L’amministrazione statunitense è alla ricerca di un equilibrio difficilissimo. Da un lato vorrebbe stabilire una forma di egemonia nel settore industriale che più di tutti plasmerà il futuro, e dall’altro ne teme gli effetti più nefasti ora che tutti possono intravederli.

Dietro il rinvio dell’ordine esecutivo, infatti, c’è uno scontro sempre più evidente all’interno della coalizione politica e industriale che negli ultimi anni ha spinto per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale senza vincoli.

A rendere ancora più significativa la vicenda è il ruolo giocato da David Sacks, l’investitore della Silicon Valley che negli ultimi mesi è diventato uno dei principali punti di contatto tra l’ecosistema dell’intelligenza artificiale e la Casa Bianca trumpiana. Secondo Politico, sarebbe stato proprio Sacks a convincere Trump a fermare tutto all’ultimo momento, sostenendo che anche una supervisione volontaria sui modelli avanzati avrebbe potuto rallentare l’innovazione americana nella competizione con la Cina. E guai a perdere terreno nei confronti di Pechino: è la giustificazione di tutti i tecno-oligarchi americani.