Gli industriali chiedono al governo federale campo libero per poter “innovare”: in una formula, incentivi fiscali, investimenti a pioggia e deregolamentazione. Stavolta – argomentano i discepoli di Elon Musk e Peter Thiel – gli interessi nazionali e di Big Tech coincidono: la Cina sta scalando posizioni nella corsa all’intelligenza artificiale e gli Stati Uniti non possono permettersi titubanze o peggio, ritardi. Poi c’è il variegato movimento Make America Great Again, che tiene insieme populisti di destra, conservatori e nazional-cristiani. E non fa nulla per nascondere la sua tecnofobia, apostrofando gli sviluppatori dell’IA “come traditori della nostra specie, traditori della nostra nazione, apostati della nostra fede e minacce per i nostri figli”. La quarta rivoluzione industriale va governata e se necessario rallentata, azionando i freni. Queste due forze si sono saldate per riportare Donald Trump alla Casa Bianca, ma il blocco di potere che hanno formato comincia a scricchiolare. Il Presidente non lo dà a vedere però la sua amministrazione si è incastrata tra l’incudine e il martello. E prima o poi, chiosano i critici, dovrà decidere da che parte stare.

Al quinto congresso dei nazional-conservatori (“NatCon”) gli apostoli del movimento MAGA hanno trascinato Big Tech al banco degli imputati: “L’industria dell’intelligenza artificiale”, ha premesso John Miller, uno dei relatori, “non ha praticamente alcuna sovrapposizione ideologica con il conservatorismo nazionale“. Le critiche si sono fatte via via più feroci: il settore, prosegue Miller, macera in un miscuglio di ideologie tossiche (il transumanesimo, il globalismo, il laicismo e il femminismo). “Vogliono esplicitamente la disoccupazione di massa, pianificano un comunismo basato sul reddito di cittadinanza e considerano la specie umana un ‘bootloader‘ biologico, come dicono loro, per la superintelligenza artificiale”. Va precisato che MAGA è un coacervo di ideologie (che si raggrumano attorno ad una manciata di valori trasversali e di parole d’ordine condivise). Infatti i relatori che si sono alternati sul palco, nel corso dei panel, spaziavano dalla tecnofobia radicale ad un più prudente (e attenuato) conservatorismo. Si è levata soltanto una voce dissenziente: il CEO di Palantir, Shyam Sankar, che ha paragonato gli sviluppatori ai padri fondatori degli States.