La meglio gioventù dell’arte mondiale mette in circolo idee, estro, materiali, corpi, movimenti, nuovi linguaggi. Detta le urgenze, stimola il dibattito culturale, indica una via, invade la città. La creatività sale in cattedra, gli studenti scendono in campo nel primo grande evento internazionale dedicato alla ricerca artistica contemporanea con base all’Accademia Albertina di Torino, tra le più antiche d’Italia (fondata nel 1678). Si chiama Arwe (Art Research World Expo), raccoglie l’eredità del Festival internazionale delle scuole d’arte e design concluso nel 2019, e va oltre, diventando un vero Expo diffuso, che chiama a rapporto 21 Accademie italiane e 27 istituzioni universitarie da 18 Paesi, anche molto lontani o difficili come l’Algeria, il Giappone, la Cina, il Kenya, l’Oman, l’India e l’Indonesia, persino il Libano e l’Ucraina, con grandi sforzi per via della crisi geopolitica e della guerra che li piega e coinvolge. Nessun rischio di un “caso Biennale”: «La Russia non ci sarà: in questo momento i rapporti culturali sono in stand-by» chiarisce il direttore dell’Albertina, e padrone di casa, Salvatore Bitonti. Da lunedì al 6 giugno Torino sparge arte emergente in 20 luoghi aulici, sabaudi, culturali, dal Museo Egizio a Villa della Regina, dalle Gallerie d’Italia alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal Teatro Regio alle Ogr, ovunque sarà performance e riflessione: «L’obiettivo è definire meglio la ricerca artistica, concetto tuttora in costruzione, non per mancanza di pratica - spiega Bitonti - ma per la complessità di un sapere che non ha modelli standardizzati come accade ad esempio per le scienze tradizionali». Arwe (finanziato dal Pnrr, raro caso di fondi utilizzati non per infrastrutture fisiche ma culturali e formative) prova allora a dare forma pubblica a questa complessità: «Un tentativo collettivo di abitare il presente nel momento stesso in cui lo si forgia», puntando a farne un appuntamento quadriennale e intanto a porre le basi per la nascita di una rete stabile di relazioni internazionali nel campo della ricerca. Intorno al tema dell’Expo - Save the World, Connecting Cultures, Empowering People (salvare il mondo, connettere le culture, dare potere alle persone) - si muovono i progetti, le mostre, le esibizioni, gli incontri: installazioni in realtà virtuale, opere d’arte visiva o performativa in cui il tempo è elemento centrale, fashion show sperimentali, anche circo contemporaneo, folklore, workshop come quello sul Kathakali con un maestro indiano del Kerala. Forme espressive diverse, eppure mosse da una stessa spinta: l’indagine sul reale. «Nei loro lavori i giovani artisti riflettono sulle guerre, sulle crisi climatiche, sociali e culturali - dice Bitonti, dal suo privilegiato punto di osservazione dell’Albertina, che conta 1725 studenti ed oltre 10 indirizzi di studio -. L’arte oggi è uno strumento per conoscere il presente e affrontare un mondo che contiene moltitudini. C’è la ricerca di consapevolezza e la volontà di immaginare nuove soluzioni, ma anche la curiosità introspettiva». Impegno, politica, autoanalisi, sono lo specchio e la voce della Gen Z e dei suoi bisogni: informarsi e guardarsi. Per capire. Completamenti immersi nell’attualità. E in se stessi. Più centrale che mai, l’intelligenza artificiale con il suo bastimento carico di sfide, dilemmi, paure e speranza: gli studenti del corso di “Scenografia Cinema, Virtual Set e Applicazioni Digitali” dell’Albertina, ad esempio, la sollecitano e solleticano con Naturale Artificiale, un giardino digitale, popolato di animali e piante in movimento allestito in Pinacoteca. Ma guardando più a fondo, qualcosa non torna: quegli esseri viventi sono attraversati da microchip, circuiti elettronici, metalli, terre rare, aggeggi dell’immaginario cyberpunk. L’inganno è deliberato. Il progetto mette in crisi non solo le categorie estetiche, ma anche quelle giuridiche, dice Gianmaria Ajani, giurista e rettore emerito dell’Università di Torino: «L’arte generata dall’Ai in assenza di un autore umano identificabile non trova riconoscimento nel diritto d’autore. Ma quando è l’artista a guidare il processo, a scegliere i prompt, a controllare il risultato finale, la macchina diventa “strumento un poco più sofisticato di un pennello”: e l’autore torna ad essere umano». “HOME. Interno 360”, invece, è un virtuoso innesco tra storia e futuro. La perfomrance immersiva tra danza, teatro e nuovi media, della regista e coreografa Giulia Roversi, invita il pubblico a varcare la soglia di un appartamento condiviso da tre individui, seguendone i ritmi, i gesti quotidiani, le tensioni sommesse, i silenzi carichi di significato. E lo fa, non a caso, nei sotterranei di Palazzo Carignano. L’edificio - residenza privata e sede del primo Parlamento italiano - incarna da secoli l’intersezione tra vita intima e sfera pubblica. Nelle sue radici ipogee, la tensione tra privacy e identità collettiva si fa architettura. Tra le produzioni più ambiziose di Arwe, Ekā (in sanscrito “uno” ed è di genere femminile), con i danzatori del corso di perfezionamento in danza classica e contemporanea dell’Accademia Teatro alla Scala, porta sul palco torinese il Mahābhārata, il grande poema epico indiano, attraverso il linguaggio del corpo, del suono e della luce. La cerimonia inaugurale, lunedì al Cinema Massimo, incipit della maratona artistica e cosmopolita, si aprirà con la premiazione di due Maestri: Michelangelo Pistoletto, padre dell’Arte Povera, e Stelarc, artista australiano pioniere del body art e del rapporto tra corpo e tecnologia riceveranno l’Albertina International Award.