La storia della popular music moderna, quella che irrompe sul mercato mondiale poco dopo la seconda guerra mondiale, quando ancora le città europee (e non) erano piene di macerie a inutile monito futuro sui disastri della guerra, è una cartografia complessa e contraddittoria. Un labirinto, un gioco di rifrazioni incrociate che assomiglia più alle antiche case e stanze degli specchi dei luna park, quelle che hanno intitolato un gran pezzo di Jimi Hendrix, che a una narrazione lineare. Il rovescio di un arazzo che non solo non rimanda l’immagine compiuta e raffinata del frontale, ma un retro che è caos delirante di colori e di fili che pencolano senza ordine ragionato apparente.

Spesso ricostruire il gioco delle influenze, i passi felpati di avvicinamento al nuovo che sono diventati poi corse precipitose col cuore in gola è faccenda defatigante. Però istruttiva su come funzioni una musica che ancora nutre l’immaginario di buona parte del mondo, e ha sedimentato una propria e riconoscibile «classicità» che continua a influenzare famiglie di note anche molto lontane dalla pop music: classiche, jazz, d’avanguardia. E quant’altro vogliate mettere in conto.

Il tutto è successo, come convengono storici, studiosi e divulgatori della popular music, più o meno a metà degli anni Sessanta, con una progressiva accelerazione che ha catalizzato le energie di una generazione facendola prima esplodere in un’unica radiosa eruzione di creatività, poi frammentarsi in decine di direzioni diverse: tutte legittime e interessanti, checché ne pensino i cultori ossessivi di un microgenere, con la propria personale conventio ad escludendum, tutte a scomporre, ancora una volta, l’insieme coerente che s’era assestato e sembrava destinato a durare.