Il primo grande scontro tra il vecchio mondo analogico e la nuova società digitale

Piero de Cindio

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C’era un tempo in cui per ascoltare una canzone bisognava andare in un negozio di dischi, acquistare un CD intero e sperare che, oltre al singolo che passava in radio, il resto dell’album meritasse davvero quei soldi spesi. Era un’epoca fatta di scaffali pieni di compact disc, custodie trasparenti, libretti con i testi delle canzoni e interminabili discussioni tra appassionati su quale fosse il miglior album del momento. Poi arrivò Internet. E con Internet arrivò Napster. L’articolo pubblicato all’inizio degli anni Duemila, con il titolo enorme “Napster, addio alla musica gratis online”, raccontava uno dei momenti più importanti della storia del web moderno: la decisione di un giudice di San Francisco di ordinare la chiusura del celebre servizio di condivisione musicale. Una sentenza che all’epoca sembrò la fine di un sogno per milioni di giovani sparsi nel mondo, ma che in realtà segnò l’inizio di una trasformazione epocale destinata a cambiare non solo l’industria musicale, ma l’intero rapporto tra tecnologia, cultura e consumo digitale. Per comprendere davvero cosa rappresentò Napster bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Internet era ancora un territorio quasi pionieristico. Le connessioni erano lente, i modem emettevano suoni metallici diventati oggi iconici e scaricare una singola canzone poteva richiedere parecchi minuti. Eppure, nonostante questi limiti, il web stava diventando rapidamente uno spazio di libertà e sperimentazione. Fu in questo contesto che Shawn Fanning, uno studente americano poco più che diciottenne, ebbe un’intuizione destinata a cambiare tutto: creare un sistema che permettesse agli utenti di condividere direttamente tra loro file musicali in formato MP3.