Ieri i co-Ceo di Spotify, Alex Norström e Gustav Söderström, devono aver preso un bel respiro prima di salire sul palco newyorchese dell'Investor Day 2026: spiegare al mercato perché un'azienda che ormai genera quasi tre miliardi di euro di flusso di cassa l'anno sia costretta a riposizionarsi, è una sfida nella sfida. Hanno condensato tutto in una frase: passare “dall’era della recommendation a quella della generation”, e pare che analisti e stampa di settore abbiano apprezzato.

Tradotto: non basta più consigliare canzoni esistenti agli utenti giusti. La prossima Spotify vuole anche generarne (o farne generare) di nuove, personalizzate, monetizzabili in modo nuovo, e dentro un perimetro di diritti che protegga il rapporto con artisti, etichette ed editori. Tutto questo sfruttando una risorsa proprietaria che la società ha battezzato Large Taste Model.

Dopodiché oggi Spotify conta 761 milioni di utenti attivi, quasi 300 milioni di abbonati e una presenza in 184 mercati. E il management ha lasciato intendere che la prossima fase non si giocherà sull'acquisizione di nuovi utenti, già a quasi 800 milioni, ma sull'estrazione di più valore da quelli più coinvolti. È la premessa che giustifica tutto il resto: nuovi servizi, offerte premium e prodotti pensati per gli utenti più assidui e per i super-fan.