Lo streaming ha ucciso il mercato o l’ha salvato? Chi sale, chi scende e chi torna? Ascoltate cosa dice Federica Tremolada, general manager Europe del colosso svedese

di Alba Solaro

Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei, ma soprattutto quanti anni hai. Non l’età anagrafica, quella di ascoltatore. Potresti avere qualche sorpresa. Scoprirti 92enne come Grimes, musicista ed ex di Elon Musk, solo perché passi più di trenta secondi sullo stream di un vecchio classico, come una jazz ballad di Ella Fitzgerald. La funzione Listening Age lanciata da Spotify Wrapped a dicembre e diventata virale è l’ultima trovata dell’app svedese che gioca con la nostra ossessione per il tempo.

Analizza dati, abitudini di ascolto e ci valuta, in bilico tra il modo in cui ci percepiamo e come siamo veramente. “È risultato che la mia listening age è di 21 anni”, racconta Federica Tremolada, classe 1980, di Monza, diplomata al conservatorio, gavetta nella discografia, oggi general manager Europe di Spotify. “Il bello è che alcuni miei collaboratori trentenni hanno avuto come risultato 80 anni”.

A proposito di tempo che passa, nel 1996 – l’anno in cui nacque d – lo streaming non esisteva. Era poco più che una pazza idea, nella testa visionaria dei fondatori di Napster (1999), primo rudimentale esperimento di condivisione di musica via internet, che le case discografiche decisero di considerare un pericolo più che un’opportunità. Trent’anni dopo lo streaming digitale è il principale modo di ascoltare la musica. Spotify, fondato in Svezia nel 2006 – anche se il lancio vero e proprio è avvenuto nel 2008 – conta quasi mezzo miliardo di utenti. E si può dire che lo streaming alla fine abbia salvato l’industria discografica. “Per capirci, all’inizio”, continua Tremolada, “dei 260 milioni che fatturava il mercato italiano, solo l’1% proveniva dallo streaming. Nel 2024 è raddoppiato a circa 460 milioni di euro l’anno, e più dell’80% è generato proprio dallo streaming. La metà delle royalties arrivano da ascolti fatti fuori Italia”.