E siamo arrivati alla fine, un tempo infinito e rapidissimo: «Cannes elastica» – parafrasando la Roma elastica di Bertrand Mandico – quello sulla Croisette, che all’improvviso si è svegliata assolata, con i titoli di news e giornali che annunciano con preoccupazione l’arrivo della prima ondata di calore della stagione. Climate change. Oggi scopriremo la Palma d’oro dell’edizione 79, e mentre la resistenza affermata contro la destra, il controllo della creazione, l’indipendenza dalla petizione Zapper Bolloré (che ha raggiunto ieri 3800 firme) continua a imporsi, i rumors bene informati scommettono su Minotaur del regista russo esiliato in Francia Andrei Zviaguintsev. Una rilettura di La femme infidèle di Chabrol, svuotata però di ogni ambiguità – politica, esistenziale? – per dirci come sia orrenda la Russia di Putin e il sistema di potere che ha costruito. Non è proprio una scoperta, e le scelte formali del regista non sorprendono le aspettative, ma certo in un’idea di cinema quale si è delineata in questa competizione, di un primato della sceneggiatura – e soprattutto delle (buone?) intenzioni – fa il suo effetto.
DI TUTTO ALTRO segno è invece il magnifico film della regista tedesca Valeska Grisenbach – con fra i produttori Maren Ade (Toni Erdmann) – che ha chiuso il concorso insieme a Histoires de la nuit di Léa Mysius – sul quale vale tacere se non chiedendosi perché sta lì. Per Grisenbach è un ritorno, qui aveva presentato (nel Certain Regard) Western (2017), una «trasposizione» del genere hollywoodiano fra la Germania e la Bulgaria, l’ovest e l’est di una geografia europea di economie ciniche che si delinea nelle vicende dei protagonisti, operai in un cantiere. In Bulgaria, sul confine con la Turchia, ci porta anche The Dreamed Adventure, fra traffici e desolazione dove la mafia fa legge e si arricchisce coi corpi dei migranti portati da una parte all’altra, il neoliberismo corre sui camion lungo l’autostrada e sotterraneamente (ma forse nemmeno troppo) la storia dei secoli scorsi continua a segnare le relazioni. All’inizio c’è Said – Syuleyman Letifov, già in Western – che arriva a Svilengrad per chiudere un affare di carburante. Gli rubano la macchina e incontra Veska, una vecchia amica, probabilmente di più, archeologa al lavoro su un sito locale, un castello a Matochina, il villaggio vicino, appartenuto all’impero Ottomano fino al 1912. Lei gli promette aiuto ma l’uomo sparisce e la narrazione si sposta sulla donna, che scopriamo è nata in quella cittadina e ne conosce le persone e i cambiamenti i sin dagli anni Novanta, quando giovanissima anche lei era parte della rapacità cinica e sfrenata di quelle economie a est sorte alla fine del Muro. Come funziona una memoria? Il padrino della città, pure lui è una vecchia conoscenza di Veska, forse un altro amore, ha una figlia piccola, un villone, i luoghi del passato sono quelli dei suoi traffici ma non era lì che già esercitava il patriarcato in forma liberista usando i corpi delle ragazze? Il sogno dell’età dell’oro dell’uomo è per le donne, per Veska l’incubo delle violenze.













