Da Damascus Gate, la più antica porta d’accesso alla città vecchia di Gerusalemme, il minibus parte in direzione delle colline a sud di Hebron, nell’area di Masafer Yatta nella Cisgiordania meridionale: poco più di due ore di viaggio per una settantina di chilometri. Ai lati della strada asfaltata il filo spinato sulle barriere di cemento armato con le bandiere con la stella di David che sventolano, delimita un paesaggio che diventa sempre più arido. Monica Biancardi (Napoli 1972) è tornata più volte, tra il 2009 e il 2023, nel villaggio beduino che chiama Hathaleen (online non si trova).
La prima volta per caso, accogliendo l’invito di un cooperante italiano che aveva conosciuto nei suoi ripetuti viaggi in Israele e Palestina, durante i quali ha documentato anche la quotidianità resiliente delle donne palestinesi a cui è dedicato il suo libro Tra le immagini (2009). Quella volta, durante le lunghe ore trascorse nel villaggio, oltre che fotografare il filo per i panni con le mollette e un’anziana donna con il volto tatuato accanto a una bambina, Biancardi siede in un angolo in silenzio, attanagliata dal caldo: le donne si sono dileguate e gli uomini parlano tra loro senza rivolgerle uno sguardo. Finché uno di loro le si avvicina offrendole un tè molto zuccherato e, poco dopo, fa sedere davanti a lei due bambine: un chiaro invito affinché scatti la fotografia. Cosa che l’artista fa, sebbene le bimbe siano in controluce.






