di
Dario Di Vico
Con Rotterdam l’area veneziana è uno dei due impianti di stoccaggio dei materiali strategici per garantire l’autonomia industriale del Continente. Le attese sul «progetto Sejourné» che scalda il voto in Laguna
I veneti hanno ancora i segni delle cicatrici legate a passate promesse (ricordate la Silicon Box finita poi a Novara?) e quindi stanno esaminando con estrema cautela quello che si chiama progetto Terre Rare. E che il ministro Adolfo Urso, consapevole di aver davanti una platea avvertita, ha voluto nei giorni scorsi spiegare di persona volando in Veneto. Si tratta di un piano avanzato dalla Ue che vuole organizzare al più presto due siti destinati allo stoccaggio di terre rare e minerali preziosi. Uno dovrebbe essere nelle vicinanze dei porti di Amsterdam/Rotterdam e l’altro a Porto Marghera, almeno nelle intenzioni del governo Meloni. È vero che la notizia è venuta fuori a ridosso delle elezioni comunali di Venezia, ma lo possiamo considerare solo un dettaglio. L’importante è chiarire il perimetro del progetto, esplorare le opportunità che apre e costruire un itinerario di realizzazione in stretto raccordo con i soggetti del territorio.
La scommessa Porto Marghera merita questo e altro, visto che è stata per una buona parte della seconda metà del secolo scorso una delle capitali dell’industrialismo italiano, travolta poi da un processo di deindustrializzazione culminato nella crisi della chimica pesante italiana e da allora in perenne ricerca di nuove vocazioni industriali o comunque di business. L’Eni, va detto, una scommessa l’ha fatta con la decisione di realizzare qui la prima bioraffineria al mondo con un investimento di 900 milioni, novità che è rimbalzata nella campagna elettorale veneziana con le parole del candidato del centro-sinistra, Andrea Martella, che ha chiesto ai vertici del cane a sei zampe «a che punto è il piano di investimenti».








