VENEZIA - Dalla Regione a Confindustria, da Fratelli d’Italia alla Lega. Si allarga sul piano sia istituzionale che politico la base di sostegno alla candidatura di Porto Marghera come primo sito europeo di stoccaggio delle terre rare: si tratta di 17 elementi chimici, dallo scandio al lutezio, che a livello globale valgono già oggi 11 miliardi di dollari, con una previsione di crescita a 21,7 entro il 2031, in quanto cruciali per le tecnologie aerospaziali, automobilistiche, elettroniche e militari. Dopo l’incontro di domenica a Vinitaly con il ministro Adolfo Urso, ieri il presidente Alberto Stefani ha ufficializzato la sinergia: «L’obiettivo è arrivare in tempi rapidi a una proposta progettuale condivisa e credibile, anche in sede europea. Lo dico chiaramente: abbiamo tutte le carte in regola».

In vigore da un paio d’anni, il Critical Raw Material Act punta a dotare l’Unione Europea di una catena sicura e sostenibile delle materie prime critiche, così definite per le difficoltà di approvvigionamento anche a causa delle tensioni geopolitiche. Il documento ha indicato tre soluzioni complementari per superare la dipendenza dai fornitori stranieri: l’estrazione, il riciclo e la riserva. Quest’ultima è l’ipotesi per Porto Marghera: realizzare un deposito, adeguatamente strutturato e sorvegliato, per lo stoccaggio e la movimentazione dei materiali a seconda delle necessità di un mercato finora troppo esposto alle oscillazioni internazionali. Proprio ieri la Nota sulla congiuntura dell’Ufficio parlamentare di bilancio ha segnalato che fra guerre e restrizioni «si sono innescati forti rincari dei prezzi delle materie prime e interruzioni delle catene di approvvigionamento globali». Da mesi sono in corso le interlocuzioni con Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione Ue con delega all’Industria, il quale nell’ultimo confronto con Urso la settimana scorsa ha lasciato intendere che Bruxelles valuterebbe di buon grado il finanziamento di un progetto-pilota italiano già dopo l’estate.