La macchina fotografica come strumento di conoscenza della realtà. La sensibilità per coglierne il mistero. E l’estro creativo per comporre una storia. Sono questi gli elementi che rendono i progetti fotografici di Gabriele Galimberti così profondi. Capaci di scavare in un fatto umano. Nel (velleitario) tentativo di svelarne l’enigma: «La fotografia è uno strumento di avvicinamento al soggetto, la cui comprensione totale rimane – alla fine – impossibile», dice. Sabato 23 alle 18, presso il Palazzo del Broletto, Galimberti sarà ospite del terzo incontro del ciclo “La forma del ritratto”, dedicato al mondo della fotografia. Curata da Still Fotografia in collaborazione con l’assessorato alle Politiche culturali di Pavia, l’iniziativa propone quest’anno incontri ed eventi sul genere del reportage.La carrieraNato nel 1977 in Val di Chiana, in Toscana, Galimberti si è distinto negli anni per lavori documentaristi come “Switzerland Versus The World”, esposto in festival, mostre e pubblicazioni internazionali, ma anche “Toy Stories”, dedicato ai bambini ritratti insieme ai propri giocattoli, “In Her Kitchen”, “My Couch Is Your Couch” e “The Heavens”. Nella sua carriera ha collaborato con importanti testate internazionali come National Geographic, The Sunday Times, Stern, GEO, Le Monde, La Repubblica e Marie Claire. Le sue fotografie vengono esposte al Festival Images Vevey, a Les Rencontres d'Arles e al Victoria and Albert Museum di Londra.Nel 2021 ha vinto il World Press Photo 2021 nella categoria “Portrait Stories” con “ The Ameriguns”, dedicato al complesso rapporto tra cittadini statunitensi e armi da fuoco. «Si tratta di un progetto di ritratti di persone che hanno qualcosa da dire al mondo – spiega – Prima di fare le foto ho instaurato con loro un rapporto, li ho conosciuti, ho studiato le loro storie». E come nasce un progetto come questo? «Il novanta per cento delle storie che racconto non le ho concepite a tavolino, ma mi ci sono imbattuto – continua Galimberti – Un incontro, un dialogo, qualunque cosa può essere la scintilla per un progetto».La curiosità come motoreIl fotografo toscano racconta poi che qualche anno fa era stato invitato a una festa in casa di amici di amici e aveva notato un fossile di dinosauro all’ingresso.«Scoprii che il proprietario di casa faceva il commerciante di resti di dinosauri: da lì nacque l’idea di un lavoro su quel soggetto». E l’ingrediente segreto? «La curiosità – aggiunge – Quando incontro persone faccio mille domande, mi piace andarci a fondo. Queste domande finiscono per generare risposte che mi fanno venire in mente idee».E la curiosità è stata il motore anche del progetto “In Her Kitchen”, realizzato tra 2009 e 2010, che include oltre cinquanta ricette di nonne da tutto il mondo. «In quegli anni – racconta il fotografo – mia nonna era molto preoccupata per me. Non capiva perché viaggiassi così tanto. E soprattutto, come tutte le nonne, era in pensiero per cosa mangiassi. Per tranquillizzarla le ho garantito che avrei cenato a casa di altre nonne in giro per il mondo. E così è stato: sono stato il “nipote” di cinquantotto nonne nelle più svariate cucine internazionali. Quando mia nonna l’ha scoperto era contentissima»