Ci siamo chiesti spesso che senso potrebbe avere una guida ai vini italiani al giorno d’oggi. Di pubblicazioni del genere ce ne sono già tante, per cui un più, una meno… Quello che però ci restava difficile da comprendere era il perché tutti questi libroni, dallo storico Bolaffi di Veronelli al catalogo generale di Stefano Milioni, fossero più degli strumenti, magari anche utili, rivolti però quasi esclusivamente ad un pubblico di addetti ai lavori, e non invece dei reali veicoli d’informazione indipendente per un pubblico di lettori che, da semplici amatori od appassionati, volessero avere soltanto dei punti di riferimento rispetto a vini ed aziende produttrici.

È senz’altro vero che in Italia il discorso sul vino di qualità è ancora frammentario e non sufficientemente diffuso presso i consumatori medi, ma non sarebbe il caso di chiedersi cosa in realtà stampa e pubblicazioni specializzate abbiano fatto per ovviare a questo fenomeno? Spesso si leggono articoli incomprensibili sul vino, linguaggi retorici ed affettati, termini decadenti e, ammettiamolo, abbastanza ridicoli, dietro cui aspiranti dannunziani nascondono una certa scarsità d’informazione.

Tutti grandi poeti e scrittori, questi neo-Veronelli, evidentemente, e per merito dei vini «suadenti, dalla stoffa carezzevole, viperina o aristocratica, dal nerbo saldo e dal profumo di pelliccia bagnata, creosoto o sandalo», che si abbinano, o meglio fanno “matrimoni d’amore”, magari solo con piatti strani e costosi (astice in crema di peperoni, aragoste in crema di caviale e via discorrendo), il lettore che, non essendo né miliardario né critico letterario, volesse sapere se il prodotto in questione è affidabile, ben fatto e con un corretto rapporto qualità-prezzo, non può che mettersi l’anima in pace.